martedì 30 aprile 2013

un nuovo studio sui gatti

Gentilissimi 1 A, ed, in particolare il richiedente "KA QG D", eccoVi il link per una buona lettura tratta dalla newsletter Le Scienze. Amanti dei gatti e non, buona lettura!

gatti e fauna locale

NR

paura e vecchiaia

Gentilissimi, in attesa della meritata, almeno spero, pensione, Vi lascio una scusa ottima per dichiarare meno anni di quanti se ne dimostrino. La scusa, ancora oggi attuata dalle ragazze prima di una verifica, o, più tardi, esame universitario, è la seguente: "Questo esame mi stressa!", "Ho paura di questa verifica", "Ho paura di non aver studiato abbastanza!".
E, con questo, si invecchia. Ecco perché le nonne insegnanti dimostrano più anni del dovuto: hanno avuto paura che i loro studenti non riuscissero ad affrontare le verifiche. In particolare le verifiche della vita dopo la scuola. L'articolo è tratto e modificato dalla newsletter Le Scienze.
E con questo entusiasmo "maggiolino", Vi auguro buona lettura! Nonna Rosa (che dimostra mooolti più anni di quanti ne abbia veramente).


disturbi mentali longevità emozioni
Quando la paura fa invecchiare prima del tempo di Katherine Harmon 

Scoperta una correlazione tra le ansie fobiche e l'invecchiamento precoce nelle donne: lo rivela uno studio, condotto su oltre 5000 soggetti tra i 42 e i 69 anni. Secondo gli autori della ricerca, il meccanismo sarebbe mediato dallo stress ossidativo e dalle infiammazioni 
Vi spaventate  quando vi trovate negli spazi aperti? Oppure in quelli chiusi e angusti? Vi sentite a disagio guardando giù da un palazzo molto alto? Scappate inorriditi quando vedete un ragno? Se queste paure sono frequenti, e limitano fortemente la vostra vita, siete affetti da un’ansia fobica, come una percentuale significativa della popolazione. A quanto pare, tutte queste forme di disagio psicologico hanno anche importanti ripercussioni sulla salute fisica: un nuovo studio ha infatti concluso che le fobie possono determinare un più rapido invecchiamento biologico nelle donne di mezza età e in quelle più anziane, con un maggior rischio di incorrere in problemi di salute. "Ci si chiede spesso se, e in che modo, lo stress possa determinare un invecchiamento precoce”, ha spiegato Olivia Okereke, psichiatra del Brigham and Women’s Hospital, di Boston, e coautrice dello studio. I ricercatori hanno esaminato i campioni di sangue di 5243 donne, di età compresa tra 42 e 69 anni, partecipanti allo studio epidemiologico del Nurses Health Study. Secondo i risultati, pubblicati sulla rivista “PLoS ONE” l’11 luglio scorso, le donne con i più alti livelli di fobia presentavano, in media, i marker biologici tipici di donne di sei anni più vecchie. Okereke e colleghi hanno analizzato in particolare i telomeri, i terminali dei cromosomi che preservano dalla perdita d’informazione genetica durante la divisione cellulare. Nel corso dell’invecchiamento, i telomeri subiscono un accorciamento naturale, che, secondo alcune teorie, sarebbe il risultato dell’esposizione allo stress ossidativo e alle infiammazioni. A loro volta, telomeri più corti sono risultati correlati, specialmente negli individui più anziani, a un maggior rischio di patologie cardiache, di tumori e di demenza.
Il nuovo risultato dimostra “una connessione tra una comune forma di stress psicologico, la fobia, e un plausibile meccanismo di invecchiamento prematuro”, aggiunge Okreke. La psichiatra nota, tuttavia, che lo studio non era destinato esplicitamente a dimostrare che l’ansia sia la causa diretta dell’accorciamento dei telomeri. “Sebbene la letteratura, a riguardo, sia ancora limitata”, si legge nel lavoro, “dal punto di vista biologico è plausibile una relazione tra ansia e telomeri più corti, probabilmente mediati dallo stress ossidativo e dall’infiammazione.”. Le ansie fobiche, spesso, esordiscono in giovane età e sono particolarmente comuni nelle donne. Fortunatamente, per questo tipo di disturbi, sono disponibili terapie efficaci. Alla luce di questi recenti risultati sull’accorciamento dei telomeri, trattando le fobie si potrebbe, indirettamente, prevenire o bloccare l’invecchiamento precoce e diminuire, così, i fattori di rischio per la salute nei soggetti che ne sono colpiti.
 (La versione originale di questo articolo è apparsa su Scientificamerican.com l'11 luglio 2012; riproduzione autorizzata, tutti i diritti riservati)
(17 luglio 2012)

variabilità intraspecifica

Gentilissimi,
la risposta ai commenti di David "Calcio", permette di parlare di un fenomeno alla base della teoria della evoluzione delle specie. Si tratta della variabilità intraspecifica.
All'interno di una stessa specie, o di una stessa popolazione, gli organismi differiscono tra loro per caratteristiche "apparenti", visibili, esterne, come pure variano anche internamente, per caratteristiche non immediatamente rilevabili. Questa diversità, per la popolazione, è una ricchezza. Si tratta di una ricchezza di informazioni, genetica. Aumenta la probabilità che la specie o la popolazione sopravviva, anche ad eventuali catastrofi.
Questo fatto è vero pure per la popolazione umana. "Siamo tutti uguali e siamo tutti diversi". Siamo tutti uguali: abbiamo la stessa dignità, come persone e come cittadini del mondo. Siamo tutti diversi: ognuno ha le Sue caratteristiche fisiche ("apparenti") e non (carattere, materie preferite, attitudini, abilità).
Prendiamo ad esempio il solo aspetto fisico. Il colore degli occhi varia da persona a persona. Il colore della pelle varia da persona a persona. Solo ad un esame superficiale le persone provenienti dalla stessa nazione si assomigliano. Noi italiani, per le altre nazioni, siamo "tutti uguali". Allo stesso modo, per noi italiani, "gli orientali sono tutti uguali". Quando, poi, nella nostra classe, giunge un orientale, non è più un orientale qualsiasi. Anzi! Lo riconosciamo perché è nostro amico, compagno. In effetti sarebbe come dire che le ragazze con le trecce sono tutte uguali. Sinceramente, anche se facessi le trecce non assomiglierei a nessuna di Voi.
Allo stesso modo anche i lombrichi sono "tutti uguali e tutti diversi".
Questa variabilità intraspecifica è uno degli aspetti della biodiversità.
Inoltre è uno dei fatti su cui si basa, come già detto, la teoria di Darwin sull'evoluzione delle specie.
Per ora ciò sia sufficiente. Se siete interessati, oltre a chiedere alle Vostre nonne, commentate pure sul Vostro blog preferito.
Nonna Rosa

domenica 28 aprile 2013

Gentilissimi, Vi lascio alla lettura di questo articolo, tratto dalla newsletter Le Scienze. Rileggetelo più volte: Vi renderete conto che, quanto dicono, sicuramente, le Vostre Nonne corrisponde al vero: ottenere una gratificazione immediata rende difficile prestare attenzione a compiti cognitivi. Il compito potrebbe essere eseguito correttamente, tuttavia con dilatazione dei tempi di elaborazione, incertezze e "ripensamenti".
Ora provate a riportare questo studio in una prova INVALSI: notate qualche correlazione?
Buona lettura. NR

comportamento neuroscienze
Autocontrollo? Questione di efficienza neuronale
  
                             © JGI/Jamie Grill/Blend Images/Corbis
La capacità di controllare gli impulsi è correlata a quella di mantenere fuori dalla memoria di lavoro le informazioni inappropriate e intrusive, così da non disperdere energia nell'attivazione di reti neurali che poco hanno a che fare con i compiti in cui si è impegnati. Questa capacità, che si sviluppa nell'infanzia, influenza l'abilità di gestire le relazioni sociali, la salute e le prestazioni cognitive (red)
La capacità di autocontrollo è correlata all'efficienza della memoria di lavoro nel reclutare le reti neuronali necessarie, e il suo sviluppo nell'infanzia garantisce che permanga anche nella vita adulta. A queste conclusioni è arrivato uno studio, condotto da un gruppo di ricercatori di diverse università americane, che pubblicano un articolo, a prima firma Marc G. Berman, sulla rivista “Nature Communications”. La capacità di ritardare la gratificazione da bambini è stata posta in correlazione a molti importanti aspetti della vita sociale, della salute e delle capacità cognitive nel corso dell'età adulta, ma i meccanismi neuronali che sono alla base di questa associazione non sono ancora chiari.  Una delle ipotesi in campo è che, a controllare il differimento della gratificazione, sia la capacità di mantenere fuori dalla memoria di lavoro le informazioni inappropriate, in modo che non influenzino indebitamente il processo cognitivo. Per esempio, la capacità di controllare gli impulsi che, imponendosi alla memoria di lavoro, portano a un comportamento goloso, dovrebbe aiutare a resistere a una tentazione immediata. Nei bambini questa capacità è valutata con il classico test della caramella, in cui viene misurato il tempo (ossia l'esitazione) necessario a rinunciare al consumo immediato di una caramella, sapendo che il differimento della soddisfazione permetterà di ottenerne due. Per valutare l'attendibilità di questa ipotesi, i ricercatori hanno preso in esame un gruppo di adulti, per cui esisteva una lunga documentazione relativa alle loro capacità di autocontrollo, grazie al fatto che questi, a partire dai 4 anni, avevano partecipato a una serie di studi psicologici. Il gruppo è stato suddiviso in due sottogruppi: i soggetti  del primo avevano una storia di efficace autocontrollo, mentre quelli del secondo avevano mostrato un controllo di sé meno efficace. Sfruttando la risonanza magnetica funzionale (fMRI), nel corso di una serie di test, i ricercatori hanno esaminato se i due sottogruppi si differenziassero per il funzionamento neurale, durante lo svolgimento di un compito che richiedeva il controllo del contenuto della memoria di lavoro, con l'eliminazione di una serie di informazioni irrilevanti, precedentemente fornite. Nello specifico, ai soggetti venivano mostrate sei parole (tutte emotivamente neutre) solo tre delle quali andavano memorizzate; successivamente, di fronte a una serie di altre parole, dovevano decidere se appartenevano al gruppo delle parole da ricordare o no. Pur dando, in media, lo stesso numero di risposte esatte, l'analisi del tempo di ritardo e del livello di attivazione dei circuiti neuronali ha permesso di rilevare che le persone con buon autocontrollo erano proprio quelle che ottimizzavano le risorse disponibili, senza perdere tempo a considerare e scartare le parole che non erano da memorizzare, e attivando il minor numero possibile di circuiti cerebrali. Come controprova, i ricercatori hanno eseguito il test su un altro insieme di persone, di cui non conoscevano il livello di autocontrollo, riuscendo, sulla base dei soli risultati della prova, ad assegnarle al sottogruppo corretto nel 71 per cento di casi.
(23 gennaio 2013)

sabato 27 aprile 2013

uno studio recente sul cane

Gentilissimi, viste le richieste, per quanto possibile, Vi lascio un ulteriore esempio di studio su animali. Se pensate che siano utili, comunicatelo: vedremo come procedere. Vi chiedo, tuttavia, di delimitare il campo di indagine. Comunicate il Vostro animale preferito, magari con il preciso nome scientifico, e, se riesco, magari consultando il "mio" archivio, provvederò. poco per volta, a proporre tali studi.
Per ora uno studio sulla domesticazione del cane. Come spesso comunico, si tratta di un link di rimando alla newsletter Le Scienze:

studio sul cane

Vi ricordo, inoltre, che il più famoso studio sul cane fu fatto da Pavlov. Ecco il relativo wiki-link:

Pavlov

Nonna Rosa

un esempio di studio sugli animali

Gentilissimi, come avrete avuto modo di notare, nei precedenti post sul piede di pellicano, all'interno di una relazione scientifica su un animale, è importante inserire esperimenti o studi aventi per oggetto quell'animale. Il gentile David ha chiesto informazioni sulla testuggine di Hermann. Ecco, per Lui e per Voi, il link relativo ad uno studio dedicato proprio a questo animale. L'articolo è in inglese, tuttavia, forse escludendo alcuni termini specifici, non è di eccessiva difficoltà di lettura. Con l'ausilio di un buon vocabolario Inglese-Italiano non dovrebbe essere complicato comprenderne il senso complessivo.

studio sulla testuggine di Hermann (in Inglese)

Buona traduzione. NR

venerdì 26 aprile 2013

una temperatura sotto lo zero assoluto

Gentilissimi 1 A, ecco, per Voi, un articolo su una scoperta recentemente fatta in Germania. Un gruppo di scienziati è riuscito a portare un certo numero di atomi sotto alla temperatura dello 0 °K. La temperatura assoluta è, o dovrebbe essere, per definizione raggiungibile solo teoricamente. Tuttavia, dal punto di vista delle probabilità, è possibile che un atomo, o un gruppo di atomi, in questo caso intenzionalmente, sia portato ad una temperatura inferiore allo zero assoluto.
Speriamo che non accada nulla di pericoloso, come in molti romanzi di fantascienza.
Ed ora, prima della lettura, i consigli della nonna, proprio quella Nonna:
1) leggeteVi, o rileggeteVi "Ghiaccio-9", di K. Vonnegut
2) leggeteVi, o rileggeteVi "La Terra moltiplicata", di G. Egan
Ed ora leggeteVi il seguente articolo, modificato dalla newsletter Le Scienze. NR


fisica cosmologia fisica teorica
Oltre lo zero assoluto, una temperatura negativa "scottante"
Sfruttando le proprietà quantistiche che emergono in gas ultrafreddi, portati allo stato di condensati di Bose-Einstein, un gruppo di ricerca tedesco ha raggiunto una temperatura di alcuni nanokelvin inferiore allo zero assoluto. Questi gas a temperatura assoluta negativa si comportano, per alcuni aspetti, come se fossero "infinitamente caldi" (red)
Sfruttando proprietà quantistiche, un gruppo di ricercatori della Ludwig-Maximilians-Universität, di Monaco di Baviera, e del Max-Planck-Institut per l'ottica quantistica, a Garching, è riuscito, per la prima volta, a portare una nuvola di 100.000 atomi di potassio, precedentemente portata a uno stato di condensato di Bose-Einstein, a una temperatura inferiore allo zero assoluto. "Le temperature che abbiamo ottenuto sono negative di alcuni nanokelvin", spiega Ulrich Schneider, che ha diretto la ricerca, descritta in un articolo, pubblicato su “Science”.  Parlare di qualcosa che sia più freddo dello zero assoluto, può sembrare assurdo, ma solo perché, intuitivamente, si fa riferimento alla definizione di scala assoluta della temperatura, introdotta da Lord Kelvin intorno alla metà del XIX secolo. Secondo questa scala, la temperatura assoluta di un gas è legata all'energia media delle particelle che lo compongono, per cui lo zero assoluto (0 K, pari a -273,15 °C), corrisponde allo stato teorico in cui le particelle sono prive di energia, mentre a temperature più elevate corrispondono valori di energia media progressivamente superiori. Negli ultimi cinquant'anni, studiando stati esotici della materia, si è capito però che le cose sono più complesse, e che la definizione di temperatura richiede maggiori specificazioni. Nei sistemi fisici più familiari, l'aggiunta di energia porta a un aumento del disordine, o entropia, del sistema: per esempio, riscaldando un cristallo di ghiaccio, questo fonde in un liquido,, che ha uno stato più disordinato. Sottraendo energia, invece, il sistema diventa più ordinato. E proprio al rapporto fra variazione di energia fornita a un sistema e variazione della sua entropia fa riferimento una definizione più sofisticata di temperatura.
I fisici però successivamente hanno scoperto che possono verificarsi situazioni in cui, fornendo energia al sistema, questo invece di diventare più disordinato diventa più ordinato: sono appunto i sistemi a temperatura (assoluta) negativa. Questa possibilità è legata al fatto che la temperatura di un sistema può essere vista come una distribuzione di probabilità delle energie a cui si trovano le sue particelle. Solitamente, gran parte delle particelle che compone un sistema ha un'energia vicina a quella media del sistema e solo poche di esse si trovano a energie elevate (o più basse). Tuttavia, in linea teorica, questa distribuzione può essere invertita, portando a una situazione in cui il segno della temperatura assoluta cambia e da positivo diventa negativo. A questa inversione di segno corrispondono altrettanti cambiamenti nei comportamenti dei sistemi a temperatura assoluta negativa: per esempio, mentre normalmente un gas riscaldato si espande, in questi singolari sistemi si contrae, e mentre di solito il calore fluisce da un corpo più caldo a quello più freddo, qui avviene l'opposto. Dal punto di vista matematico, un sistema a temperatura assoluta negativa si comporta come se fosse un sistema a temperatura infinita! Sfruttando atomi ultrafreddi, racchiusi in trappole ottiche, e una serie ben calibrata di raggi laser e campi magnetici, per controllare con precisione il comportamento degli atomi, i ricercatori tedeschi hanno raggiunto una temperatura di alcuni nanokelvin inferiore allo zero assoluto per il loro gas ultrafreddo. Finora sistemi di questo tipo erano stati prospettati solo in via teorica; la dimostrazione che possano effettivamente formarsi apre la strada allo sviluppo di apparecchiature dotate di un'efficienza impensabile, pur dovendo essere di dimensioni nanoscopiche, ossia a scale a cui si manifestano gli effetti quantistici.  Lo studio dello strano comportamento dei sistemi a temperature negative, osservano Schneider e colleghi, potrebbe anche essere utile per la creazione di nuovi modelli cosmologici, e per comprendere meglio il comportamento dell'energia oscura, ovvero della misteriosa forza che, si ipotizza, contrasti la forza di gravità, agendo così da motore dell'espansione dell'universo
(08 gennaio 2013)

giovedì 25 aprile 2013

ancora sui neuroni

Gentilissimi, ecco, per Voi, un ulteriore breve articolo di approfondimento relativo allo sviluppo dei neuroni. Esso è tratto dalla newsletter Scienza in Rete, solo lievemente modificato. Buona lettura. NR


ARTICOLO SCIENZAINRETE: BIOLOGIA
Due proteine danno forma al cervello di Luisa Alessio  
Arriva dalla Germania uno studio che fa luce sulle fasi iniziali dello sviluppo cerebrale e sulle cause di alcune malattie del sistema nervoso. I ricercatori del German Center for Neurodegenerative Diseases (DZNE), di Bonn, in collaborazione con il Max Planck Institute of Neurobiology, di Monaco, hanno individuato due proteine chiave per la formazione dei prolungamenti citoplasmatici, i cosiddetti neuriti. ADF (actin depolymerizing factor) e cofilina, i nomi delle due molecole che sembrano essere in grado di controllare il cambiamento della forma della cellula attraverso una riorganizzazione strutturale. Fino a ora poco si sapeva sui meccanismi molecolari alla base di tale processo: appena nati i neuroni hanno una forma indefinita, per lo più tondeggiante, e appaiono privi di ramificazioni. “Sono molto simili a un'isola, separati gli uni dagli altri e senza nessun contatto diretto con altre cellule", commenta Frank Bradke, group leader al DZNE di Bonn. Solo in seguito alla formazione dei neuriti, le cellule nervose riescono a collegarsi e comunicare tra loro. Analizzando i neuroni di topo, gli scienziati tedeschi hanno dimostrato che il complesso ADF/cofilina agisce come delle forbici che tagliano le strutture di sostegno della cellula. Nelle aree lasciate vuote, si inseriscono i microtubuli che riescono così ad estendersi al di fuori del corpo cellulare fino a formare i neuriti. Lo studio, pubblicato a dicembre su Neuron, dimostra anche l'importanza di ADF/cofilina nello sviluppo neuronale: topi privi di entrambe le proteine mostrano gravi anomalie in tutte le aree del cervello, proprio a causa della mancata crescita dei neuriti. Tale scoperta si rivela promettente per malattie o malformazioni del sistema nervoso associate a neuriti sottosviluppati, oppure in caso di infortuni, quando i neuroni danneggiati devono ricreare le loro connessioni.
(14 gennaio 2013)

mercoledì 24 aprile 2013

Chi era Eratostene?

Gentilissimi, ho spesso confuso, come capita alle persone particolarmente anziane, Erodoto con Eratostene. Chiedo scusa per gli errori commessi. Ancora una volta ho confuso lo studioso con ciò che ha studiato, almeno secondo alcune fonti.
Fu Eratostene a studiare forma e dimensioni della Terra, riprendendo le descrizioni di Erodoto, e non viceversa.
Abbiate pietà di una povera derelitta vecchierella!

Forse è meglio che Vi rivolgiate a Chi ne sa più di me! Ecco il link per un e-book della Zanichelli, dal titolo "Le traiettorie della fisica" di Ugo Amaldi

La misura del meridiano terrestre

Buona lettura, con mille scuse per la mia straordinaria capacità ad essere imperfetta. Nnnoa Roas

martedì 23 aprile 2013

una rana piccola piccola

Gentilissimi, ecco una scoperta davvero sorprendente: una rana davvero piccolissima. Pensate che misura meno di 8 millimetri!
Leggete l'articolo seguente, tratto e modificato lievemente dalla newsletter Le Scienze. Mi permetto un consiglio: poiché l'iscrizione a tale newsletter era gratuita, controllate se nulla è cambiato. E se fosse iscriveteVi, aiutati da uno dei genitori.


animali evoluzione
Il vertebrato più piccolo del mondo e la sua nicchia ecologica


                La minuscola Paedophryne amauensis (Cortesia R. Günther, F. Kraus, S. Richards)
Si tratta di una rana terrestre: la sua scoperta e il suo studio possono chiarire il significato evolutivo dell'estrema miniaturizzazione a cui sono andate incontro alcune specie, un processo che, considerate le alterazioni anatomo-fisiologiche e la minore fecondità che comporta, sembrerebbe offrire ben pochi vantaggi (red)
La gamma delle dimensioni dei vertebrati è incredibilmente elevata, dato che può variare di oltre tremila volte. Il più grande vertebrato attualmente esistente è la balenottera azzurra (Balaenoptera musculus), che, in età adulta, raggiunge in media una lunghezza di 25,8 metri. Per contro, quello più piccolo finora conosciuto era rappresentato da un pesce (Paedocypris progenetica), le cui dimensioni oscillano fra i 7,9 e i 10,3 millimetri. Quest'ultimo record è stato però ora battuto da una rana arboricola, Paedophryne amauensis, scoperta in Papua Nuova Guinea e descritta in un articolo, pubblicato sulla rivista on line "PLoS One", a prima firma Eric N. Rittmeyer, della Louisiana State University, a Baton Rouge, le cui dimensioni, da adulta, arrivano ad appena 7,7 millimetri in media. Lo spettro e i limiti delle dimensioni dei vertebrati sono di grande interesse per i biologi, in relazione ai vincoli funzionali e fisiologici che sono associati a dimensioni estreme del corpo e alla comprensione dei vantaggi evolutivi che possono esservi correlate. Un aumento della taglia può, per esempio, rappresentare una strategia di difesa nei confronti dei predatori, mentre un suo decremento può consentire di sopravvivere anche in condizioni di relativa scarsità di risorse, come è illustrato dal caso dei ben noti antichi elefanti nani della Sicilia.
La "miniaturizzazione" rappresenta, tuttavia, un caso molto particolare, dato che la riduzione estrema della dimensione del corpo richiede drastiche alterazioni nella fisiologia dell'organismo, oltre che nel suo comportamento e nella sua l'ecologia. Fra l'altro, gli animali miniaturizzati esprimono tipicamente una morfologia semplificata e, soprattutto, una ridotta fecondità generale, con uova di dimensioni relativamente maggiori rispetto alle specie affini più grandi, la cui produzione comporta un costo biologico proporzionalmente maggiore.  Dato che diverse specie miniaturizzate appartengono ad animali marini, si è ipotizzato che la galleggiabilità potesse avere un ruolo nel facilitare l'evoluzione delle piccole dimensioni, così come pare lo abbia per quelle all'estremo opposto della scala. La miniaturizzazione estrema, tuttavia, si è evoluta indipendentemente almeno undici volte nelle rane terrestri, due delle quali (P. amauensis e P. swiftorum), descritte, appunto, per la prima volta nell'articolo di "PLoS One". Nel loro studio i ricercatori hanno quindi identificato una serie di somiglianze fra le specie di rane più piccole, mostrando come la miniaturizzazione non rappresenti una semplice anomalia, uno "scherzo" dell'evoluzione, come è stato anche ipotizzato, ma che, considerata anche la sua manifestazione in specie ben separate, rappresenti una caratteristica legata allo sfruttamento di particolari nicchie ecologiche della foresta tropicale umida.
Pressoché tutte queste specie miniaturizzate abitano la lettiera fogliare della foresta tropicale umida. Tutte le rane sono sensibili alla perdita di acqua, ma le specie più piccole, che hanno un alto rapporto superficie volume, sono particolarmente sensibili alla disidratazione, e prediligono quindi i micro-habitat umidi, quale quello assicurato da quelle lettiere, e spiega l'assenza di rane molto piccole nelle foreste temperate e tropicali secche, dove le lettiere diventano stagionalmente secche. Le piccole dimensioni aumentano, inoltre, il rischio di predazione da parte di invertebrati, e ciò può spiegare sia l'assenza di questi anuri dagli habitat acquatici, dove la predazione da parte degli invertebrati è particolarmente elevata, sia la loro preferenza per le regioni di montagna, in cui la diversità di invertebrati è inferiore di quella presente nelle pianure.
(12 gennaio 2012)

lunedì 22 aprile 2013

il ciuccio come strumento scientifico

Gentilissimi, come ben saprete i neonati già conoscono la voce dei propri genitori. Ecco un recente studio sulla distinzione, da parte dei neonati, tra lingua materna e lingua straniera.L'articolo è tratto e modificato dalla newsletter Scienzainrete. Buona lettura. NR, vecchia mamma dell'altro millennio


PEDIATRIA
Imparare le vocali nel ventre materno di Chiara Finotti 
A poche ore dalla nascita i neonati sono in grado di distinguere fra vocali pronunciate nella lingua della mamma e vocali appartenenti a lingue straniere. A dirlo è uno studio, condotto da Christine Moon, professoressa di psicologia presso la Pacific Lutheran University, che ha messo in luce come i neonati provino un maggiore interesse per vocali pronunciate in lingue diverse rispetto a quella della madre. "E' cosa ormai nota da 30 anni che noi iniziamo ad ascoltare il suono della voce della mamma quando siamo nell'utero", spiega Moon, "siamo però di fronte al primo studio che mostra come sia possibile imparare particolari suoni del linguaggio della mamma prima della nascita.". "Prima di questi risultati si pensava che i bambini cominciassero ad apprendere le consonanti e le vocali, dopo la nascita", ha aggiunto Moon, "questo studio dimostra come la conoscenza delle vocali e delle consonanti inizi già a partire dai sei mesi prima della nascita.". Lo studio ha coinvolto neonati, a poche ore dalla nascita, ancora ricoverati in due differenti ospedali, uno a Washington e uno a Stoccolma. Sono stati coinvolti 40 bambini che si trovavano nell'ospedale di Tacoma e altri 40 in Svezia. I piccoli avevano dalle 7 alle 75 ore di vita. Hanno sentito vocali sia in svedese sia in inglese. L'interesse suscitato nei piccoli all'udire le vocali pronunciate in due lingue diverse veniva monitorato da un sistema formato da un ciuccio collegato a un computer: a seconda della frequenza e dell'intensità con la quale i bimbi succhiavano il ciuccio, i ricercatori potevano valutarne la reazione. Ai bambini sono state fatte sentire 17 vocali nella loro lingua e 17 in una lingua straniera. In entrambi i paesi, i piccoli, all'udire vocali pronunciate in una lingua straniera succhiavano con maggiore frequenza rispetto a quelli che sentivano vocali pronunciate nella loro lingua, indipendentemente da quale esperienza postnatale avessero avuto in tal senso. Questo ha portato i ricercatori a pensare che essi avessero già imparato le vocali durante in epoca intrauterina, ascoltando la voce della mamma. Mentre altri studi si erano focalizzati sulla capacità prenatale di imparare frasi, questo è il primo studio a mostrare la capacità, in epoca gestazionale, di apprendere parti di un discorso non facilmente riconoscibili da una melodia o un ritmo. Sono state scelte le vocali, in quanto rappresentano il suono predominante e, secondo i ricercatori, potevano essere percepiti facilmente nell'utero,  nonostante i suoni di sottofondo. Lo studio ha mostrato che i neonati sono in grado di imparare e di ricordare suoni elementari provenienti dalle bocche delle loro mamme durante le ultime 10 settimane di gravidanza. Tutto ciò sta a significare che gli stimoli linguistici ai quali il feto è esposto quando è ancora nell'utero influenzano la sua capacità di distinguere, a poche ore dalla nascita, la lingua che gli è famigliare, perché utilizzata dalla mamma, da una lingua straniera.
(7 gennaio 2013)




domenica 21 aprile 2013

una proteina per i suoni

Gentilissimi, ecco un approfondimento sul senso dell'udito. L'articolo è tratto e, come al solito, modificato dalla newsletter Le Scienze.
Buona lettura. NR


neuroscienze percezione fisiologia
Una proteina chiave per ascoltare i suoni
Si chiama TMHS, ed ha un ruolo cruciale nella trasformazione dei suoni in impulsi nervosi dentro una specifica struttura dell'orecchio interno. La sua scoperta rappresenta un importante punto di partenza per una futura terapia delle alterazioni genetiche alla base di alcune forme di sordità (red)
È una proteina a permettere la conversione delle onde sonore in impulsi elettrici nell'orecchio interno: l'hanno scoperta i ricercatori dello Scripps Rwesearch Institute (TSRI), di La Jolla, in California, guidati da Ulrich Mueller, che l'hanno battezzata TMHS, e raccontano il loro studio in un articolo, apparso sulla rivista “Cell”.  Il risultato è frutto di decenni di ricerche sugli specifici canali di trasduzione meccanica che permettono la percezione delle onde sonore e getta un ponte verso futuri studi nel campo della terapia genica per ristabilire l'udito in particolari casi di sordità. La trasduzione meccanica, o "meccanotrasduzione", è rimasta sostanzialmente invariata nel corso dell'evoluzione,  come dimostrano i resti fossili di dinosauri risalenti a 120 milioni di anni fa, e consiste sia nella parte finale dei meccanismi che coinvolgono l'orecchio medio, in cui le vibrazioni del timpano vengono trasmesse alla coclea tramite il martello, l'incudine e la staffa, sia nella trasmissione, nell'orecchio interno, dell'impulso elettrico verso il cervello. Al centro di questo flusso di stimoli fisici c'è un complesso sistema di cellule, all'interno della camera media della coclea, dette cellule ciliate, che convertono l'energia meccanica in segnali elettrici. Ciascuna di esse possiede un centinaio di stereocilia che ne ricoprono l'estremità superiore. L'innesco del segnale elettrico è comandato dall'apertura di canali ionici, monitorata da neuroni che circondano le cellule ciliate: quando questi neuroni superano un certo livello di stimolazione, parte un segnale verso la corteccia uditiva del cervello.  Proprio per la complessità della percezione uditiva, i fattori che possono condizionarne la normale funzionalità sono numerosi. Alle cellule ciliate, che si sviluppano prima della nascita e non aumentano più durante la vita, possono essere associate molte forme di sordità, dovute a un deficit di trasduzione del segnale. Nel corso degli anni, il gruppo di Mueller è riuscito a identificare decine di geni coinvolti nella perdita dell'udito, grazie a studi sia nell'essere umano sia nei topi, che hanno un apparato uditivo molto simile a quello umano. Finora, tuttavia, il complesso mosaico dei meccanismi dell'udito non era completo. La scoperta della TMHS ha consentito di aggiungere un tassello cruciale, dal momento che questa molecola è coinvolta in un complesso che si trova nei filamenti di collegamento che vincolano mutuamente le cilia, consentendo loro un movimento coordinato. Ma l'elemento di grande rilevanza della scoperta è che le TMHS non hanno solo un ruolo strutturale: la proteina riceve fisicamente la forza dell'onda sonora e la trasduce in impulsi elettrici, regolando l'attività dei canali ionici. In particolare, Mueller e colleghi hanno scoperto che una subunità del canale ionico si lega direttamente ai filamenti di collegamento. La TMHS, infine, rappresenta un passaggio cruciale per l'udito: quando la proteina è mancante, le cellule ciliate perdono la loro capacità di produrre i segnali elettrici, come dimostrato in laboratorio con tecniche che simulano in vitro la funzione delle cellule viventi.
(12 dicembre 2012)

sabato 20 aprile 2013

fumarole nere

Gentilissimi, oggi è stata una giornata con molte richieste.
Ultima, in ordine temporale, è stata quella di Cerchietto Atletico: "Cosa sono le fumarole nere?"
Vi lascio tre link di riferimento:

video fumarole nere

fumarole nere wiki

approfondimento fumarole

NR

ecstasy

Continuo con gli approfondimenti tematici relativi alle sostanze stupefacenti. Si parla di ecstasy in un abbastanza recente articolo di Emanuela Di Pasqua, tratto dal sito del Corriere della Sera on line, o corriere.it. In esso si conferma, se ancora ce ne fosse bisogno, della pericolosità dell'ecstasy come sostanza danneggiatrice della memoria. NR

ecstasy su corriere.it

ulteriore approfondimento sulle sostanze stupefacenti

EccoVi un link ulteriore di riferimento, con un libro dell'Osservatorio europeo sulle sostanze stupefacenti. Il testo è protetto da copyright. Vi chiedo di rispettarlo. Inserite la fonte nelle Vostre relazioni, citando correttamente NON il sito, ma il libro. NR

http://www.cedostar.it/documenti/emcdda_2004.PDF

approfondimento sostanze stupefacenti -

E, ancora, il terzo articolo, sempre tratto e modificato dalla newsletter Le Scienze. NR


Medicina
Uno studio sui topi

Un buon caffè contro l'Alzheimer
Nei roditori, la somministrazione regolare di caffeina ha portato alla riduzione dei livelli ematici e cerebrali della proteina beta amiloide

La caffeina è in grado di ridurre in modo significativo i livelli ematici e cerebrali di una proteina, la beta amiloide, notoriamente molto elevati nella malattia di Alzheimer. Questo effetto, e un parallelo miglioramento dei sintomi, è stato dimostrato nei topi da un gruppo di ricercatori della University of South Florida che illustra la propria ricerca in due articoli pubblicati sul "Journal of Alzheimer's Disease". I ricercatori, diretti in entrambi gli studi da Huntington Potter, avevano iniziato a interessarsi ai possibili effetti benefici della caffeina dopo che, alcuni anni fa, uno studio portoghese aveva riportato che i pazienti affetti da Alzheimer in genere avevano consumato meno caffeina nel corso dei due decenni precedenti rispetto ai soggetti che non soffrivano della malattia neurodegenerativa. Da allora diversi studi non controllati avevano suggerito che un moderato consumo di caffeina potesse  rallentare il declino della memoria durante l'invecchiamento.  In questo nuovo studio controllato, basato sull'uso di topi geneticamente modificati in modo da sviluppare deficit mnemonici simili a quelli che si riscontrano nell'Alzheimer, è stato invece possibile isolare gli effetti della caffeina sulla memoria, distinguendoli da quelli legati ad altri stili di vita, come la dieta e l'attività fisica. I test avevano mostrato che all'età di 18-19 mesi - corrispondenti a circa 70 anni nell'essere umano - questi topi mostravano segni di deficit di memoria. A metà di essi i ricercatori hanno così iniziato a somministrare caffeina a un dosaggio equivalente di 500 mg al giorno (una tazzina di caffè ne contiene 100-120 mg e una tazza di tè 70-90 mg). Dopo due mesi i topi a cui era stata somministrata caffeina eseguivano molto meglio i test per la valutazione della memoria e il pensiero associativo: di fatto le prestazioni mnemoniche non si discostavano significativamente da quelle dei topi normali di pari età. I topi trattati con placebo continuavano a mostrare invece prestazioni scarse.  Il cervello dei topi trattati mostrava inoltre una riduzione del 50 per cento nei livelli di proteina beta amiloide. Secondo i ricercatori, la caffeina contrasterebbe i processi infiammatori che nel cervello portano a una sovrapproduzione di proteina beta amiloide. "Queste nuove scoperte forniscono prove che la caffeina potrebbe rappresentare un 'trattamento' per la malattia di Alzheimer e non solo una strategia preventiva", ha detto Gary Arendash, primo firmatario di uno dei due articoli, spiegando che al momento non è dato sapere se dosaggi inferiori ai 500 mg al giorno siano in grado di esercitare un effetto analogo o meno.  Questo, osservano i ricercatori, apre la possibilità di studi in questa direzione anche sull'uomo, considerato che, a esclusione di particolari categorie di persone, come ipertesi e donne in gestazione, un'assunzione moderata di caffeina di questo tipo non dovrebbe comportare effetti negativi, secondo il National Research Council della National Academy of Sciences. (gg)
(06 luglio 2009)

approfondimento sostanze stupefacenti - nicotina

Ecco di seguito il secondo approfondimento. Esso è, di nuovo, ripreso e modificato dalla newsletter Le Scienze. NR


Biologia
Proteomica

L'insospettata attività biologica della nicotina

Oltre alla dipendenza e ad alcune ben note attività fisiologiche, la nicotina potrebbe interferire con decine di altri processi cellulari, finora insospettati
Oltre a generare dipendenza e alcune ben note attività fisiologiche, la nicotina potrebbe interferire con decine di altri processi cellulari, finora insospettati. Lo rivela una ricerca condotta presso la Brown University, pubblicata sul Journal of Proteome Research. I ricercatori hanno puntato la loro attenzione sui recettori alfa-7 per l'acetilcoolina, quelli considerati più "enigmatici" fra tutti i cosiddetti recettori nicotinici, così chiamati proprio perché la nicotina è in grado di legarvisi. In questo modo hanno scoperto che sono ben 55 le proteine che interagiscono con questo tipo di recettore. "Questo recettore è chiamato nicotinico, perché pensiamo che interagisca con la nicotina, ma esso ha probabilmente una gran varietà di funzioni: in diverse specifiche regioni del cervello questo stesso recettore alfa-7 può interagire con differenti proteine, presenti nei neuroni per svolgere varie funzioni", spiega Edward Hawrot, che ha diretto lo studio. Fra le proteine più inaspettatamente risultate influenzate è la proteina G-alfa, normalmente associata a una classe di recettori del tutto diversa, i cosiddetti recettori GPCR (G-protein coupled receptor), che sono coinvolti in diversi cammini biochimici sia nel cervello sia in altre parti del corpo. I ricercatori osservano che ben il 40% di tutti i farmaci usati nella clinica hanno come proprio bersaglio qualche recettore della famiglia GPCR. I risultati ottenuti fanno ipotizzare che i recettori alfa-7 abbiano dunque un ruolo ben più ampio di quanto finora ritenuto. E che le nuove proteine che si sono scoperte essere associate a esso possano, anch'esse, essere influenzate dal suo stato di attività. La scoperta potrebbe aiutare a mettere a punto nuovi trattamenti per aiutare i fumatori a smettere, ma può anche dare un contributo alla ricerca sulla schizofrenia. Recenti studi genetici hanno infatti mostrato che alcuni casi di questa malattia sono correlati a delezioni che interessano diversi geni, far cui quello per il recettore alfa-7. (gg)
(06 aprile 2009)

approfondimenti sostanze stupefacenti - amfetamine

Gentilissimi, mi si chiede ulteriori articoli di approfondimento su sostanze stupefacenti. Ho ricercato nel mio archivio. Non sono molto addentro alla tematica. Ho ritrovato alcuni articoli, non recenti e, quasi sicuramente, sorpassati dalle ultime ricerche in merito. Vi lascio con il primo di tali approfondimenti. Esso è tratto dalla newsletter Le Scienze, parzialmente modificato. NR



Medicina
Abuso di sostanze

Gli effetti a lungo termine delle amfetamine
La sperimentazione sui topi ha permesso di riscontrare un deficit di memoria di lavoro anche a distanza di tempo, in particolare se la somministrazione avviene in età adolescenziale

Il rapporto tra l’abuso di droghe e sostanze psicotrope ed effetti neuropsicologici è un tema studiato da lungo tempo. L’ultima ricerca in ordine di tempo, effettuata su topi da laboratorio, riguarda le amfetamine e ha mostrato come l’esposizione a tali sostanze in alte dosi determini, molto tempo dopo, un significativo deficit di memoria. A soffrirne, in particolare, è la cosiddetta memoria a breve termine o “di lavoro”, soprattutto se le amfetamine vengono somministrate agli animali nel corso dell’adolescenza, piuttosto che in età adulta. “L’effetto è evidente quando si confrontano i due gruppi di topi, quelli esposti alle sostanze in adolescenza e quelli esposti in età adulta, in alcuni compiti che richiedono l’uso della memoria di lavoro: a parità di dosi somministrate, i primi ottengono risultati decisamente peggiori”, ha spiegato Joshua Gulley, docente di psicologia dell’Università dell’Illinois a Urbana-Champaign, nel corso della presentazione dei risultati dello studio all’annuale congresso della Society for Neuroscience, tenutosi a Chicago. “Ciò ci porta a ipotizzare che la capacità di memoria di lavoro possa essere alterata in modo significativo dalla pre-esposizione alle amfetamine.”. Nel corso della ricerca, gli studiosi hanno testato due tipi di somministrazione di amfetamine: intermittente, con una dose costante un giorno su due, e progressiva, con dosi aumentate per un periodo di quattro giorni seguite da una dose elevata ogni due ore al quinto giorno. I risultati mostrano così le conseguenze a lungo termine dell’abuso di amfetamine, che è possibile ipotizzare si manifestino anche nell’uomo e che potrebbero essere rilevanti sia nei soggetti che le assumono a scopo terapeutico (come nel caso dei piccoli pazienti affetti da deficit di attenzione e iperattività, o ADHD) sia - e soprattutto - nei giovani che ne fanno un uso incontrollato. "L’adolescenza è un periodo in cui il cervello è in continuo sviluppo, e assumere amfetamine in un momento così critico potrebbe avere conseguenze negative a lungo termine”, ha concluso Gulley. “Il dato preoccupante è proprio che gli effetti si fanno sentire anche una volta interrotta l’assunzione della sostanza.”. (fc)
(23 OTTOBRE 2009)


giovedì 18 aprile 2013

globuli rossi e genetica

Gentilissimi 2 A e 3 A, ecco un approfondimento, modificato, come sovente accade, dalla newsletter Le Scienze. Buona lettura. NR


genetica medicina fisiologia
Globuli rossi, individuati i geni fondamentali
Un'estesa metanalisi, seguita da un'analisi genetica, ha permesso d'individuare 75 regioni del genoma che influenzano la formazione e il funzionamento dei globuli rossi. I risultati aprono la strada a ulteriori studi per individuare nuovi e più efficaci trattamenti terapeutici dell'anemia, un importante problema sanitario in molte parti del mondo (red)
Sono 75 le regioni del genoma, o loci, che hanno influenza sui globuli rossi umani, secondo una nuova ricerca, pubblicata, sulla rivista “Nature”, da una collaborazione internazionale, a cui hanno partecipato anche molti istituti italiani, che ha analizzato in dettaglio come vengono determinati, geneticamente, i diversi fenotipi dell'emoglobina. L'emoglobina è una proteina, contenente ferro, che si trova nei globuli rossi di tutti i vertebrati e che fornisce il meccanismo principale di trasporto dell'ossigeno nella circolazione sanguigna. I diversi parametri che regolano questa fondamentale funzione fisiologica, che vanno sotto il nome complessivo di fenotipo dell'emoglobina, variano da persona a persona.  I principali parametri, valutati con l'emocromo, l'esame dei componenti cellulari del sangue, sono la conta eritrocitaria (numero di globuli rossi per unità di volume), l'ematrocrito (percentuale di volume occupata dai globuli rossi), il volume cellulare medio, il livello di emoglobina e la concentrazione dell'emoglobina all'interno dei globuli rossi. L'anemia, ovvero un basso tasso sanguigno di emoglobina, definito internazionalmente da una concentrazione inferiore ai 13 g/dL negli uomini e di 12 g/dL nelle donne, è un problema di enorme importanza in tutto il mondo, soprattutto per la popolazione infantile.
                      Microfotografia di globuli rossi umani (ingrandimento 1000x, © Corbis) 
Nella determinazione del fenotipo dell'emoglobina ha un ruolo fondamentale la componente genetica. Questo ha indotto a effettuare un'ampia metanalisi degli studi di associazione sull'intero genoma (GWAS), che analizzano tutti, o quasi, i geni di una popolazione per mapparne la variabilità. Gli studiosi hanno poi proceduto alla ricerca delle varianti geniche associate ai diversi tratti fenotipici che riguardano l'emoglobina. Sono poi stati combinati i dati relativi a 71.861 individui di origine europea e Sud Asiatica, individuando più di 67.000 polimorfismi di singolo nucleotide (SNP) sul cromosoma X e più di 2,6 milioni di SNP sugli altri cromosomi. Questo lavoro ha portato all'identificazione di 75 loci genetici indipendenti, associati a uno o più fenotipi di globuli rossi, che, complessivamente, spiegano il 4-9 per cento della variabilità individuale di ciascun tratto. Successive e più approfondite analisi bioinformatiche hanno permesso d'individuare 121 possibili geni coinvolti in funzioni rilevanti per la biologia dei globuli rossi. Di questi, 43 sono coinvolti nella determinazione fenotipica della produzione dei globuli rossi anche in organismi più semplici di quello umano, come il topo comune (Mus musculus) o il moscerino della frutta (Drosophila melanogaster), entrambi molto usati negli studi di laboratorio.  I risultati, concludono gli autori, gettano una nuova luce sui meccanismi e sui cammini biologici che controllano la formazione e il funzionamento dei globuli rossi, aprendo la strada a potenziali nuovi bersagli terapeutici per le patologie che colpiscono queste cellule.
(06 dicembre 2012)

mercoledì 17 aprile 2013

una qualità "nonnistica" per le verifiche

Gentilissimi, ecco un articolo di approfondimento sul funzionamento cerebrale. Già i nostri nonni ci dicevano che "presto e bene non vanno insieme". Pure la scienza, ora, conferma quanto da tempo gli insegnanti sostengono: non è possibile sostenere con la dovuta precisione un compito che abbia poco tempo a disposizione per l'esecuzione.
Per valutare se una verifica, o compito in classe, sia o meno "adatta" alla classe, le nonne devono tener conto non solo della accuratezza delle risposte, ma anche del tempo impiegato per rispondere con precisione, in altri termini della velocità di risposta.
Se si vuole che l'alunno risponda con la dovuta accuratezza la verifica non dovrebbe contenere un eccessivo numero di domande aperte. Se si vuole "sondare" se l'alunno ha "studiato bene", quattro o cinque domande aperte ("Parlami del sistema solare") sono più che sufficienti. Se si vuole conoscere invece "quanto ha studiato", oppure se "ha studiato tutto", sono maggiormente utili domande a risposta multipla, o "pseudo-multipla", magari riprendendo la modalità delle prove INVALSI, con una richiesta, che dovrebbe essere breve, e quattro possibili opzioni, di cui una sola corretta. In questo caso le quattro opzioni potrebbero essere: risposta palesemente errata; risposta quasi errata; risposta quasi corretta; risposta corretta. Ovviamente non necessariamente nell'ordine.
Si tratta, evidentemente, di opinioni personali, supportate solo da una vecchiaia incipiente.
L'articolo è tratto, e modificato, dalla newsletter Le Scienze. NR


comportamento neuroscienze
Fretta vs accuratezza: come cambia l'attivazione cerebrale
Il cervello, e in particolare la corteccia prefrontale, cambia modalità di attivazione quando passa da una situazione in cui occorre prendere una decisione accurata e ponderata a una in cui è necessario decidere rapidamente. È quanto emerso da uno studio sulle scimmie, i cui risultati contraddicono il modello attuale, che prevede un'unica modalità di funzionamento del cervello, in questo tipo di processo decisionale (red)
Quando si tratta di prendere decisioni con rapidità, il cervello passa a una modalità di funzionamento diversa rispetto a quella all'opera nel caso di decisioni ponderate e accurate. Lo hanno dimostrato Richard Heitz e Jeffrey Schall, della Vanderbilt University, con una ricerca pubblicata su "Neuron", che smentisce il modello di riferimento attuale dell'attività del cervello in questo tipo di processo decisionale. Il compromesso tra velocità e accuratezza è un problema essenziale per la capacità di prendere decisioni, ed è stato studiato sia nel campo del comportamento sia in termini di funzionamento cerebrale, fino all'elaborazione di un semplice modello, secondo il quale il cervello usa, essenzialmente, la stessa modalità per decidere in modo ponderato oppure in modo rapido. Secondo questo modello, per ridurre il tempo dedicato a un processo decisionale semplicemente il cervello riduce l'attività neuronale richiesta prima di prendere una decisione. Questo implica che, nel caso di scelte istantanee, il cervello si basi su una quantità di informazione minore rispetto a quella che entra in gioco nelle scelte più ponderate e accurate. Come conseguenza, quindi, aumenta la probabilità di commettere un errore. Tuttavia, prima dello studio di Heitz e Schall, l'analisi del processo decisionale non era mai arrivata a livello di singoli neuroni. Infatti, sebbene siano disponibili test con cui indurre in soggetti il passaggio da una modalità di funzionamento all'altra, i metodi di misurazione dell'attività cerebrale umana non hanno la velocità o la risoluzione necessaria. Nel caso delle scimmie, invece, sono disponibili adeguate tecniche di misurazione, ma non era noto un metodo con cui far cambiare agli animali la velocità di una decisione. La svolta è arrivata con lo sviluppo, da parte di Heitz e Schall, di un metodo con cui addestrare le scimmie a passare da una decisione lenta e accurata a una rapida, scegliendo uno degli oggetti di un gruppo visualizzati al computer. In una condizione sperimentale, le scimmie hanno imparato che solo una decisione ponderata sarebbe stata ricompensata. In un'altra, hanno imparato che la decisione andava presa in fretta, anche commettendo qualche errore. In entrambi i casi, i ricercatori hanno monitorato l'attività di singoli neuroni nella corteccia prefrontale, l'area cerebrale deputata ai processi cognitivi di ordine superiore. Dai dati è emerso che, in tutte e due le condizioni sperimentali, inizialmente l'attività della corteccia prefrontale aumentava, mentre la scimmia decideva come rispondere, ovvero subito dopo la visualizzazione degli oggetti su uno schermo. Le differenze emergevano successivamente: quando l'animale era sottoposto a uno “stress di rapidità", l'attività neurale era amplificata; quando invece le condizioni erano di “stress di accuratezza”, la stessa attività era soppressa. Tutto questo ha permesso di concludere che “una stessa informazione è stata analizzata dal cervello in modi differenti nelle due situazioni di stress”, ha sottolineato Schall. Si tratta di un risultato inatteso, che smentisce l'attuale modello dei processi decisionali, usato anche nella descrizione di disturbi psichiatrici e neurologici. Si apre quindi un conflitto, tra differenti modelli di funzionamento cerebrale, che potrà essere risolto solo con successive ricerche.
(08 novembre 2012)