evoluzione biologia
dello sviluppo antropologia riproduzione bambini
Perché i neonati
umani sono così indifesi di Kate
Wong
Nascere in una fase precoce dello sviluppo forse non è il frutto
dell'evoluzione concomitante di un cervello di grandi dimensioni e della
locomozione bipede, ma la risposta a un'eccessiva domanda metabolica del feto.
Questa precocità potrebbe comunque servire a ottimizzare le possibilità di
sviluppo neuronale, cognitivo e motorio
Quando i neonati dell’essere umano si
affacciano al mondo, dipendono in tutto da chi si prende cura di loro. Anche i
neonati di altre specie di primati hanno bisogno di essere accuditi, ma quelli
umani sono particolarmente indifesi, perché i loro cervelli sono poco
sviluppati. Per raggiungere una fase di sviluppo neurologico e cognitivo
paragonabile a quella di un neonato di scimpanzé, un feto umano avrebbe
bisogno da 18 a 21 mesi di gestazione invece di nove. Gli antropologi hanno a
lungo attribuito alle dimensioni del bacino il limitato periodo di gestazione
dell’uomo, ma una nuova ricerca potrebbe mettere in discussione questo punto di
vista. La spiegazione tradizionale dei nove mesi di gestazione e della nascita
di neonati indifesi è che la selezione naturale avrebbe favorito il parto in
una fase iniziale dello sviluppo fetale, per conciliare le selezione di un
cervello di grandi dimensioni con la selezione della locomozione in postura
verticale, caratteristiche che definiscono entrambe la stirpe umana.
© Nucleus
Medical Media/Visuals Unlimited/Corbis
In questa prospettiva, l’adattamento al
bipedismo avrebbe limitato la larghezza del canale del parto e, di conseguenza,
le dimensioni del bambino che può passare attraverso di esso: i neonati umani
nascono quando le dimensioni del loro cervello sono meno del 30 per cento di
quelle del cervello adulto. Lo sviluppo continua poi al di fuori del grembo
materno, portando quasi al raddoppio delle dimensioni del cervello nel primo
anno. Ma quando Holly M. Dunsworth, dell'Università di Rhode Island, e colleghi
hanno testato la cosiddetta ipotesi del dilemma ostetrico, i loro risultati non
corrispondevano. Per esempio, l'ipotesi prevede che, poiché il bacino femminile
è più ampio di quello maschile, camminare e correre dovrebbe richiedere più
energia alle donne che agli uomini. Tuttavia, la maggior parte degli studi
sulla meccanica e sul dispendio energetico della locomozione, in uomini
e donne, non ha trovato svantaggi legati all’avere un bacino più largo. Inoltre,
per accogliere un bambino in una fase di sviluppo cerebrale simile a quello
dello scimpanzé, cioè con un cervello pari al 40 per cento delle dimensioni di
quello adulto (640 centimetri cubici), l'ingresso pelvico (la parte superiore
del canale del parto, che è la più stretta) avrebbe dovuto ampliarsi in media
di tre centimetri. Alcune donne di oggi hanno un ingresso pelvico di quelle
dimensioni e non mostrano alcun effetto misurabile sul costo della locomozione.
Secondo i ricercatori, l’espansione del cervello del feto non sarebbe stata
limitata dalle dimensioni del bacino materno ma da qualche altro fattore. Questo
fattore, sostengono la Dunsworth e colleghi, è il tasso metabolico della mamma.
"Per la madre la gestazione è un pesante fardello metabolico (misurato in
calorie consumate)", spiegano. I dati relativi a una vasta gamma di
mammiferi suggeriscono che ci sia un limite a quanto un feto possa crescere e
diventare energeticamente dispendioso prima di uscire dal grembo materno. Una
volta al di fuori del grembo, la crescita del bambino rallenta a un tasso più
sostenibile per la madre. Sulla base di un'idea, nota come ipotesi del
crossover metabolico, già avanzata da Peter T. Ellison, dell'Università di
Harvard, coautore anche di questo studio, il team di ricerca ipotizza che
"i vincoli energetici della madre e del feto sono i determinanti
principali della lunghezza della gestazione e della crescita fetale negli
esseri umani e tra i mammiferi.”. Dopo nove mesi o giù di lì, le esigenze
metaboliche di un feto umano minacciano di superare la capacità della madre di
soddisfare sia il proprio fabbisogno energetico sia quello del bambino, e quindi
avviene il parto. Nella loro relazione, pubblicata
online dai “Proceedings of the National Academy of Sciences”, Dunsworth e collaboratori
concludono che "se il sistema riproduttivo umano pone un dilemma tra
esigenze concorrenti, sono il fabbisogno energetico del feto e
l'approvvigionamento energetico materno a essere in gioco, più che l'espansione
del cervello e il bipedismo.”. Quando ho chiesto a Karen Rosenberg, paleoantropologa
dell'Università del Delaware ed esperta di evoluzione della nascita umana, che
cosa pensava del nuovo lavoro, lo ha definito "importante e
interessante." Ma, ha osservato, "il solo fatto che ci sia un momento
metabolico in cui diventa ragionevole avere un bambino non significa che non
sia anche vero che il bacino sia un compromesso tra momento del parto e
bipedismo.". Se si considera quanto sia difficile la nascita umana, viene
da pensare che, se il bacino potesse essere più grande senza compromettere la
locomozione, allora lo sarebbe. Ma così non è, osserva la Rosenberg:
"Continuo a ritenere che il bacino sia adattato a funzioni che consentono
di selezionare in direzioni opposte.". La Rosenberg osserva, inoltre, che
gli autori citano la possibilità che il momento della nascita di fatto
ottimizzi lo sviluppo neuronale, cognitivo e motorio. Questa idea, avanzata per
la prima volta nel 1960 dallo zoologo svizzero Adolf Portman, vale la pena di
essere approfondita, dice la Rosenberg: "Forse i neonati umani sono
adattati per assorbire tutto questo materiale culturale e, forse, nascere prima
permette di farlo. Forse, se sei un animale culturale, è meglio nascere
prima.".
(La versione
originale di questo articolo è apparsa su
scientificamerican.com il
28 agosto 2012. Riproduzione autorizzata, tutti i
diritti riservati)
(03 settembre 2012)
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