domenica 3 marzo 2013

genetica, amicizia e scuola

Gentilissimi, Vi sembra che la scuola sia, in qualche modo, d'impedimento alla realizzazione delle Vostre amicizie. Forse è così! Tuttavia, a quanto riportato dal seguente articolo, primariamente si tratta di genetica. L'articolo è stato modificato, come sempre per una miglior comprensione e facilità di lettura, dalla newsletter di Le Scienze.


genetica società comportamento
Il ruolo della genetica nella scelta degli amici

                                                    © Kai Chiang/Golden Pixels LLC/Corbis
Nella formazione delle amicizie anche l'affinità genetica fa la sua parte. Una ricerca, su un campione statisticamente rappresentativo di adolescenti statunitensi, chiarisce che il fenomeno si manifesta però solo in situazioni in cui fattori economici, sociali e culturali limitano lo spettro dei contatti personali, come accade per esempio nell'ambito di una scuola(red)
Nella formazione delle amicizie, la genetica può contare, ma solo in subordine a fattori sociali e culturali. A indicarlo è una ricerca, condotta da sociologi e genetisti dell’Università del Colorado, a Boulder, della Yale University e della Columbia University, che firmano, in proposito, un articolo sui “Proceedings of the National Academy of Sciences”. E' noto da tempo che i segnali che indicano un’affinità genetica hanno un ruolo nella costituzione dei gruppi sociali, sia negli animali sia nell’uomo. Tuttavia, finora, solo un numero limitato di studi aveva esaminato la possibile influenza del patrimonio genetico sulla formazione delle amicizie, ossia di legami diversi da quello con il partner sessuale. Anzi, la maggior parte delle ricerche sui legami tra due persone aveva sottolineato, soprattutto, il ruolo selettivo di fattori sociali e comportamentali.  Ma una serie di nuovi studi ha indicato che il genotipo di un individuo può essere predittivo del genotipo dei suoi amici, in base a una teoria, detta "teoria della somiglianza genetica", secondo la quale le persone tendino a massimizzare il proprio benessere complessivo, non solo attraverso la scelta di un partner geneticamente affine, ma anche scegliendo di fare amicizia con persone geneticamente vicine. Jason D. Boardman e colleghi hanno  cercato di valutare l’attendibilità di questa ipotesi, partendo dal National Longitudinal Study of Adolescent Health, un'indagine sullo stato di salute e i comportamenti dei giovani, su un campione di 90.118 adolescenti di 134 scuole degli Stati Uniti, rappresentativo della popolazione degli adolescenti statunitensi.  I ricercatori hanno realizzato una tipizzazione genetica dei soggetti dell'indagine, relativamente a sei geni, e, in particolare, a un gene implicato nel sistema dopaminergico (il gene del recettore della dopamina DRD2), che ricerche precedenti avevano indicato come candidato a influire sulla scelta di amici geneticamente affini. In particolare, il polimorfismo Taq 1A del gene DRD2 è un candidato plausibile per la selezione dell’amicizia, perché è costantemente collegato a comportamenti individuali, che possono aumentare la probabilità che due persone diventino amiche. Dai risultati delle analisi è emerso che la tesi dell'affinità genetica con gli amici non vale in generale, ma solo in alcuni ambienti sociali, e che questa variabilità appare legata alle disuguaglianza economiche e alle dinamiche razziali, ossia a fonti esterne di controllo sociale più che a un'attiva correlazione gene-ambiente. “I nostri risultati”, concludono i ricercatori, “suggeriscono che la sovrarappresentazione fra le amicizie di individui genotipicamente simili non sembra un processo attivo di selezione da parte degli studenti di per sé. Suggeriscono piuttosto che le scuole limitino la portata della formazione delle possibili amicizie, a causa di forze istituzionali che incombono sugli studenti.”.
(10 ottobre 2012)
 Nonna Rosa

sabato 2 marzo 2013

il principio di Lyell

Gentilissimi 1 A, per poter comprendere appieno l'ipotesi "inorganica" sull'origine della vita, è opportuno ricordare il Principio dell'Attualismo, o "Uniformitarismo". Sinceramente, da vecchia nonna, preferisco il primo termine. In sintesi, e forse in modo poco preciso, possiamo dire che "i fenomeni che oggi possiamo osservare, si sarebbero potuti osservare anche in passato. Noi possiamo, dalle conseguenze di un fenomeno, ipotizzare che questo fenomeno sia accaduto.".

Ho semplificato, forse eccessivamente. Ecco i relativi link:

Lyell

Attualismo

NR

distrazioni

Gentilissimi, ecco un nuovo approfondimento su attenzione e distrazione. E' tratto, e modificato, dalla newsletter di Le Scienze.


neuroscienze percezione comportamento
Perché la mente divaga durante la concentrazione
La difficoltà di mantenere focalizzata l'attenzione, a lungo e in modo continuativo, sembra legata al fatto che, quando ci si concentra su qualcosa, diminuisce drasticamente la capacità di rilevare cambiamenti, anche vistosi, nell'ambiente, capacità che viene ripristinata da piccole pause di "distrazione". Lo ha stabilito una ricerca che ha sviluppato una tecnica per rilevare, in continuo, le fluttuazioni dell'attenzione (red) 
La concentrazione ha un prezzo potenzialmente elevato, ed è il motivo per il quale, per circa metà del tempo in cui siamo impegnati in un compito, la nostra mente tende comunque a vagare. E’ questo il risultato di una ricerca, condotta da Marlene R. Cohen, dell'Università di Pittsburgh, che firma, in proposito, un articolo pubblicato su “Science”. Studiare come le fluttuazioni di attenzione influenzino il comportamento è complesso perché è molto difficile stabilire se un particolare errore nell’affrontare un compito sia provocato da un calo di attenzione o perché il compito supera le capacità del soggetto. Cohen ha cercato di risolvere il problema progettando un esperimento in cui ha seguito l’attività dell’area corticale V4 del cervello, che codifica le informazioni visive, in un gruppo di scimmie, addestrate a rilevare e ad anticipare piccole modifiche sullo schermo di un computer. "Per misurare ciò che accade quando la mente di un soggetto vaga, abbiamo dovuto registrare contemporaneamente l’attività di più neuroni", ha detto Cohen. Usando una nuova tecnologia, che ha permesso di monitorare l’attività di 80 neuroni alla volta, i ricercatori sono riusciti a produrre una “fotografia istantanea” delle informazioni disponibili a un animale in un dato momento, individuando così  il centro della sua attenzione nel corso del tempo. I risultati hanno dimostrato che l'attenzione delle scimmie vagava, e che queste fluttuazioni influenzavano profondamente le prestazioni degli animali. Non sorprendentemente, i momenti in cui la loro attenzione si indirizzava a un particolare, per esempio l'orientazione di un gruppo di righe sullo schermo, la capacità di accorgersi di variazioni anche minime nella scena miglioravano decisamente. Tuttavia, a questo miglioramento corrispondeva un deciso calo nelle prestazioni relative al riconoscimento di altri cambiamenti. Variazioni pure macroscopiche in altri gruppi di righe o punti, anch'essi sullo schermo, passavano inosservate. In altri termini, concentrarsi su qualcosa rischia di assorbire tutte le risorse attenzionali, distraendole dal monitoraggio del contesto, mentre l'attimo di distrazione permette di fare attenzione a quello che sta intorno. Questo apparente paradosso, fastidioso per uno studente alle prese con un problema matematico, ha verosimilmente un'origine evolutiva: evitare di farsi cogliere di sorpresa da qualche predatore mentre si è intenti a controllare qualcos'altro. Anche il metodo messo a punto per realizzare la ricerca e riuscire a seguire gli spostamento di attenzione delle scimmie riveste un notevole interesse, potendo essere adattato per seguire fluttuazioni non solo dell'attenzione, ma anche  di altri processi cognitivi. Un passo importante, ha concluso Cohen, per imparare come i diversi stati mentali siano codificati nelle varie aree cerebrali, come queste comunichino fra loro e come siano correlati alla percezione.
(10 ottobre 2012)
 NR

mercoledì 27 febbraio 2013

Scienza e Bibbia - un autore

Gentilissimi 3 A, Vi lascio un link relativo a quanto disse uno scienziato sul rapporto tra Astronomia e Bibbia. L'autore è Paul Davies. Sebbene un poco difficile, Vi consiglio, inoltre, il libro di J. POLKINGHORNE "Scienza e fede". Vi ricordo che non solo la Bibbia, ma molte altre culture cercano una soluzione al problema di come si sia formato l'universo e il mondo. Sostanzialmente possiamo suddividere tali ipotesi in due: o l'universo è sempre esistito, oppure ha avuto un inizio. A questo secondo gruppo appartengono sia il modello del "Big bang", sia il libro della Genesi, oltre a molti altri libri, racconti, leggende, storie a carattere religioso o mitico.

Scienza e fede: una opinione

Quale tra le due concezioni sia "vera" non è compito della Scienza. Il criterio di falsificabilità, infatti, dice che la scienza deve essere verificabile, per poter essere scienza. Semplificando, possiamo dire che una qualsiasi ipotesi scientifica, al più, può essere verificata per un grande numero di esperimenti e osservazioni. E' sufficiente, tuttavia, un solo esperimento che la smentisca affinché tale ipotesi debba essere o modificata oppure cambiata. Questo comporta che nessuna teoria o ipotesi scientifica sarà mai vera al 100%. In altre parole, nessuna scienza avrà mai dogmi. Il problema è complicato e affascinante. NR

approfondimento - parto e larghezza del bacino

Gentilissimi 3 A, Vi lascio un articolo di K. Wong su alcune ipotesi relative al parto nell'uomo. A me è sembrato interessante. Sappiatemi dire. Una nonna dal bacino largo. Per vecchiaia, cosa credete! Nonna Rosa


evoluzione biologia dello sviluppo antropologia riproduzione bambini
Perché i neonati umani sono così indifesi di Kate Wong
Nascere in una fase precoce dello sviluppo forse non è il frutto dell'evoluzione concomitante di un cervello di grandi dimensioni e della locomozione bipede, ma la risposta a un'eccessiva domanda metabolica del feto. Questa precocità potrebbe comunque servire a ottimizzare le possibilità di sviluppo neuronale, cognitivo e motorio 
Quando i neonati dell’essere umano si affacciano al mondo, dipendono in tutto da chi si prende cura di loro. Anche i neonati di altre specie di primati hanno bisogno di essere accuditi, ma quelli umani sono particolarmente indifesi, perché i loro cervelli sono poco sviluppati. Per raggiungere una fase di sviluppo neurologico e cognitivo paragonabile a quella di un neonato di scimpanzé, un feto umano avrebbe bisogno da 18 a 21 mesi di gestazione invece di nove. Gli antropologi hanno a lungo attribuito alle dimensioni del bacino il limitato periodo di gestazione dell’uomo, ma una nuova ricerca potrebbe mettere in discussione questo punto di vista. La spiegazione tradizionale dei nove mesi di gestazione e della nascita di neonati indifesi è che la selezione naturale avrebbe favorito il parto in una fase iniziale dello sviluppo fetale, per conciliare le selezione di un cervello di grandi dimensioni con la selezione della locomozione in postura verticale, caratteristiche che definiscono entrambe la stirpe umana.
Un feto umano intorno alla 39° settimana di gravidanza, già in posizione per il parto 
© Nucleus Medical Media/Visuals Unlimited/Corbis
In questa prospettiva, l’adattamento al bipedismo avrebbe limitato la larghezza del canale del parto e, di conseguenza, le dimensioni del bambino che può passare attraverso di esso: i neonati umani nascono quando le dimensioni del loro cervello sono meno del 30 per cento di quelle del cervello adulto. Lo sviluppo continua poi al di fuori del grembo materno, portando quasi al raddoppio delle dimensioni del cervello nel primo anno. Ma quando Holly M. Dunsworth, dell'Università di Rhode Island, e colleghi hanno testato la cosiddetta ipotesi del dilemma ostetrico, i loro risultati non corrispondevano. Per esempio, l'ipotesi prevede che, poiché il bacino femminile è più ampio di quello maschile, camminare e correre dovrebbe richiedere più energia alle donne che agli uomini. Tuttavia, la maggior parte degli studi sulla meccanica e sul dispendio energetico della locomozione, in uomini e  donne, non ha trovato svantaggi legati all’avere un bacino più largo. Inoltre, per accogliere un bambino in una fase di sviluppo cerebrale simile a quello dello scimpanzé, cioè con un cervello pari al 40 per cento delle dimensioni di quello adulto (640 centimetri cubici), l'ingresso pelvico (la parte superiore del canale del parto, che è la più stretta) avrebbe dovuto ampliarsi in media di tre centimetri. Alcune donne di oggi hanno un ingresso pelvico di quelle dimensioni e non mostrano alcun effetto misurabile sul costo della locomozione. Secondo i ricercatori, l’espansione del cervello del feto non sarebbe stata limitata dalle dimensioni del bacino materno ma da qualche altro fattore. Questo fattore, sostengono la Dunsworth e colleghi, è il tasso metabolico della mamma. "Per la madre la gestazione è un pesante fardello metabolico (misurato in calorie consumate)", spiegano. I dati relativi a una vasta gamma di mammiferi suggeriscono che ci sia un limite a quanto un feto possa crescere e diventare energeticamente dispendioso prima di uscire dal grembo materno. Una volta al di fuori del grembo, la crescita del bambino rallenta a un tasso più sostenibile per la madre. Sulla base di un'idea, nota come ipotesi del crossover metabolico, già avanzata da Peter T. Ellison, dell'Università di Harvard, coautore anche di questo studio, il team di ricerca ipotizza che "i vincoli energetici della madre e del feto sono i determinanti principali della lunghezza della gestazione e della crescita fetale negli esseri umani e tra i mammiferi.”. Dopo nove mesi o giù di lì, le esigenze metaboliche di un feto umano minacciano di superare la capacità della madre di soddisfare sia il proprio fabbisogno energetico sia quello del bambino, e quindi avviene il parto. Nella loro relazione, pubblicata online dai “Proceedings of the National Academy of Sciences”, Dunsworth e collaboratori concludono che "se il sistema riproduttivo umano pone un dilemma tra esigenze concorrenti, sono il fabbisogno energetico del feto e l'approvvigionamento energetico materno a essere in gioco, più che l'espansione del cervello e il bipedismo.”.  Quando ho chiesto a Karen Rosenberg, paleoantropologa dell'Università del Delaware ed esperta di evoluzione della nascita umana, che cosa pensava del nuovo lavoro, lo ha definito "importante e interessante." Ma, ha osservato, "il solo fatto che ci sia un momento metabolico in cui diventa ragionevole avere un bambino non significa che non sia anche vero che il bacino sia un compromesso tra momento del parto e bipedismo.". Se si considera quanto sia difficile la nascita umana, viene da pensare che, se il bacino potesse essere più grande senza compromettere la locomozione, allora lo sarebbe. Ma così non è, osserva la Rosenberg: "Continuo a ritenere che il bacino sia adattato a funzioni che consentono di selezionare in direzioni opposte.". La Rosenberg osserva, inoltre, che gli autori citano la possibilità che il momento della nascita di fatto ottimizzi lo sviluppo neuronale, cognitivo e motorio. Questa idea, avanzata per la prima volta nel 1960 dallo zoologo svizzero Adolf Portman, vale la pena di essere approfondita, dice la Rosenberg: "Forse i neonati umani sono adattati per assorbire tutto questo materiale culturale e, forse, nascere prima permette di farlo. Forse, se sei un animale culturale, è meglio nascere prima.".
 (La versione originale di questo articolo è apparsa su scientificamerican.com il 28 agosto 2012. Riproduzione autorizzata, tutti i diritti riservati)
(03 settembre 2012)

sabato 23 febbraio 2013

la mela

Gentilissimi 1 A, ecco cosa succede quando si parla di frutta. Se parliamo di una mela è molto facile che, agli ascoltatori poco attenti, sembri di comprendere bene di cosa si tratti. Del resto la mela è un frutto. Ma quale, veramente, è il frutto? Sembrerà strano ma il frutto è il torsolo. Provate, da soli, a cercare di comprendere a cosa serve un frutto. La definizione non è così semplice. MuniteVi di un buon vocabolario, cercate su Wikipedia, chiedete ai genitori: ogni fonte Vi darà una risposta differente.
Quanto sembra di conoscere in modo immediato, con la scienza, a volte, si complica. Cosa hanno in comune Adamo e il sindaco di New York? E Newton con Biancaneve? Ercole e Steve Jobs? Branduardi e la Marceau? Se ancora non avete compreso, rileggeteVi il titolo del post.
Ed ora i vincitori del concorso "Collega i concetti":
al primo posto, a pari merito, si sono classificati, con 7 punti, Cerchietto atletico e Bersaglio per Occhiali. A loro i miei e Vostri complimenti. Non male, veramente!
Provate Voi a collegare, senza ricerca su Internet e senza alcun ausilio o suggerimento, in cinque minuti, il maggior numero di animali, mestieri, persone, personaggi relativi al concetto di "insalata".
NR

mercoledì 20 febbraio 2013

un link per l'entropia

Gentilissimi, possiamo dire, semplificando, che l'entropia, indicata con S, è una misura dello stato di disordine di un sistema. In altre parole, se non intervengono forze esterne, o se non vi sono apporti di energia dall'esterno, in quel sistema la tendenza è all'aumento del disordine complessivo. Ossia, in un sistema chiuso l'entropia aumenta.
Ecco il link di Wikipedia. Le formule sono un poco complicate. Leggete con maggior attenzione la parte riguardante il secondo principio della termodinamica. Le figure sono esplicative e corrette. NR
entropia

Anche nella Bibbia è riportata una forma poetica di definizione di entropia, laddove si dice, all'incirca, i monti saranno spianati e i mari colmati, o frase simile. Se, per caso, qualche studioso conoscesse la citazione esatta, cortesemente la invii, magari come commento.
Il problema del rapporto tra scienza e fede è, sin dai tempi di Galileo, parte della cultura moderna. Se pensate sia utile, ne riparleremo. Nonna Rosa