giovedì 14 febbraio 2013

Gentilissimi 1 A, un gentile signore mi ha chiesto ulteriori informazioni sul fiume Mississippi. EccoVi il relativo link su Wikipedia. Fatene buon uso:

Mississippi

Nonna Rosa

scottature della pelle e danni al RNA

Gentilissimi, ho trovato interessante questo articolo tratto dalla newsletter di Le Scienze. Come sempre è stato parzialmente modificato, al fine di renderlo maggiormente leggibile e comprensibile. Non preoccupateVi, il termine "murino" fa riferimento ai topi e non alle murene. "Murino" e "muscolo" derivano dal latino mus, muris, ossia "topo". E mi perdonino i latini se ho sbagliato la declinazione. NR


biologia medicina epidemiologia
Un danno all'RNA per chi si scotta al Sole
Uno studio su cellule epiteliali, umane e di topo, ha permesso di chiarire che cosa avviene in seguito all'esposizione a una dose eccessiva di radiazione solare. Il meccanismo biologico della scottatura, ovvero arrossamento, dolore e risposta immunitaria, è una conseguenza del danneggiamento del micro-RNA non codificante, provocato dai raggi ultravioletti. In particolare, l'infiammazione ha, come obiettivo, la rimozione delle cellule in cui è danneggiato il micro-RNA. La scoperta potrebbe aprire nuove prospettive terapeutiche (red)
Per molti di noi l'abbronzatura è un rito che si ripete tutti gli anni, con l'esposizione al sole nelle giornate di vacanza estive. Ma spesso l'esito non è quello desiderato: la pelle si arrossa, può irritarsi fino a squamarsi o a formare delle bolle. Ma che cosa avviene nella pelle, a livello biologico, con la "scottatura"? Lo spiega un gruppo di ricercatori, in un articolo pubblicato su “Nature Medicine”. Lo studio, condotto su cellule epiteliali sia umane sia di topo, firmato da un gruppo di ricercatori della Facoltà di medicina dell'Università della California, a San Diego, ha concluso che arrossamento, dolore e risposta immunitaria contro la radiazione ultravioletta sono una conseguenza del danno che si produce a carico dell'RNA delle cellule epiteliali. In particolare, a essere colpito è il micro-RNA non codificante, un tipo di RNA non direttamente coinvolto nella codifica delle proteine, che viene, in questo modo, frammentato e aggrovigliato. Questo processo dà origine, nelle cellule sane, a una risposta infiammatoria, tesa a rimuovere le cellule danneggiate. L'interesse della scoperta è soprattutto pratico perché potrebbe portare a interessanti novità nel trattamento di alcune malattie. “Per esempio, alcune patologie come la psoriasi vengono trattate con l'esposizione alla radiazione ultravioletta, con un lieve aumento del rischio di insorgenza di tumori della pelle”, ha commentato il primo autore dello studio, Richard L. Gallo, professore di medicina dell'Università della California, a San Diego. “La nostra scoperta porta a ipotizzare un metodo per ottenere benefici dalla terapia con UV, senza esporre i pazienti ai pericoli connessi. Inoltre alcuni soggetti, come quelli affetti da lupus, mostrano un'ipersensibilità alla radiazione UV. Per questo, stiamo valutando se sia possibile aiutarli bloccando il cammino che abbiamo scoperto.”. “La risposta infiammatoria è importante per iniziare il processo di guarigione dopo la morte cellulare”, ha aggiunto Gallo. “Riteniamo, inoltre, che il processo infiammatorio possa rimuovere il danno genetico prima che possa insorgere una neoplasia. Certamente, questo processo è imperfetto e, con una maggiore esposizione ultravioletta, aumentano le probabilità che le cellule divengano cancerose.”. Nonostante il successo, ancora molto rimane da scoprire, sottolineano i ricercatori, sulla variabilità individuale di questa risposta all'esposizione alla radiazione ultravioletta.  "La genetica è intimamente legata alla capacità dell'organismo di difendersi dal danno da UV”, ha concluso il ricercatore. “Sappiamo, dal nostro modello murino, che specifici geni cambiano il modo in cui la pelle risponde alla radiazione: gli esseri umani hanno geni simili, ma non si sa se le persone abbiano o meno mutazioni in questi geni in grado di influenzare la risposta al Sole.”.
(09 luglio 2012)

mercoledì 13 febbraio 2013

visione di genere

Gentilissimi, eccovi un ottimo articolo su quanto già sapete: la visione dipende dal fatto di essere femminucce oppure maschietti. In altre parole, la percezione visiva tra uomini e donne è differente. Leggete e commentate! L'articolo è tratto e modificato dalla newsletter di Le Scienze. Un consiglio: poiché l'iscrizione alla newsletter è gratuita, chiedete ai Vostri genitori di iscriverVi alla newsletter. Potreste trovarvi notizie interessanti.


percezione visione biologia dello sviluppo neuroscienze
La diversa visione degli uomini e delle donne 
Le differenze nella concentrazione di recettori per gli ormoni maschili, nelle cellule della corteccia visiva, durante l'embriogenesi, determinano alcune diversità tra sessi nell'architettura percettiva. Le donne eccellono nella discriminazione delle sfumature di tonalità del colore, gli uomini nella capacità di cogliere cambiamenti in stimoli in rapido movimento (red)
Le donne avrebbero, in generale, una maggiore sensibilità nel discriminare fra le diverse sfumature cromatiche, mentre gli uomini avrebbero una maggiore capacità di cogliere al volo stimoli in rapido movimento. E’ questa la conclusione di uno studio, condotto da ricercatori della City University of New York, illustrata in due articoli, pubblicati su “ BioMed Central Journal of Sex Differences” (Sex & vision I: Spatio-temporal resolution e Sex and vision II: color appearance of monochromatic lights). Questa ricerca si collega con altre che, in passato, hanno osservato differenze di sensibilità in alcuni aspetti della percezione fra donne e uomini. Tuttavia, osservano gli scienziati, gli studi precedenti erano strutturati in modo da non distinguere se le differenze rilevate fossero da attribuire a una differenza nella struttura del sistema visivo o all’influenza dei centri cerebrali cognitivi superiori, che, a loro volta, possono essere condizionati da fattori culturali. Il nuovo studio sembra confermare che alcune differenze andrebbero, in effetti, attribuite a diverse modalità di funzionamento dei centri visivi cerebrali, e questo, osservano gli autori, va presumibilmente imputato al fatto che, in tutta la corteccia cerebrale, ci sono elevate concentrazioni di recettori per gli ormoni sessuali maschili, in particolare nella corteccia visiva. Questi ormoni sono anche responsabili del controllo dello sviluppo dei neuroni nella corteccia visiva durante l'embriogenesi, tanto che, nei maschi, c'è il 25 per cento in più di questi neuroni rispetto alle femmine. A dispetto di ciò, non c’è affatto una supremazia generale degli uomini nella visione, ma una differente distribuzione delle “eccellenze” nella percezione visiva: le donne infatti riescono a percepire un maggior numero di sfumature, soprattutto nella parte centrale dello spettro ottico, e a notare differenze di tonalità in un tempo minore. Questa caratteristica sarebbe legata al fatto che gli esseri umani hanno diversi alleli per le opsine, proteine che formano i fotopigmenti dei coni, e che molte persone ne esprimono più d’uno. Ciò avviene con particolare frequenza nelle donne perché i geni coinvolti si trovano sul cromosoma X.  Per contro, nella discriminazione di dettagli fini, come l’orientamento verticale od orizzontale di una serie di aste ravvicinate, e di dettagli in rapido movimento, il tempo necessario a una corretta identificazione degli stimoli è risultato inferiore negli uomini. "Gli elementi della visione che abbiamo misurato”, ha osservato Israel Abramov, che ha diretto lo studio, “sono determinati da input nella corteccia visiva primaria, provenienti dai neuroni del talamo. Dal momento che questi neuroni vengono indirizzati nella corteccia durante l'embriogenesi, ipotizziamo che il testosterone abbia un ruolo importante, determinando, in qualche modo, una connettività diversa nei due sessi. La spinta evolutiva che ha portato a queste differenze è invece meno chiara.".
(06 settembre 2012)

Se mi ricordo i vecchi tempi, il medesimo concetto era espresso in una puntata del cartone animato "Peline Story". Se riesco a trovare il relativo link, lo inserirò in un futuro post. Nonna Rosa

lunedì 11 febbraio 2013

SITOGRAFIA

Gentilissimi, per concludere la nostra, e Vostra, relazione scientifica, può essere opportuno consultare siti Internet. Prestate attenzione al fatto, attualmente ancora valido, che una corretta e approfondita Bibliografia è essenziale, mentre una Sitografia è considerata solamente "facoltativa". "Bibliografia obbligatoria, Sitografia optional". Tuttavia, come ben saprete, molto materiale è annidato tra le pieghe del web. Una ricerca accurata, ponderata e rigorosa, può portare a scoperte interessanti. Indicate per esteso il link al sito, o ai siti, che veramente avete utilizzato per la Vostra relazione. Evitate di "prendere in prestito" la Bibliografia della Sitografia. In altre parole, se consultate un sito, da wikipedia ai siti scientifici, Vi capiterà, in più di una occasione, di trovarvi rimandi, o addirittura, Bibliografie intere su un determinato argomento. Evitate di inserire questi libri, se davvero non li avete utilizzati, consultati e letti. Mi è capitato di trovare, in una Bibliografia, ovviamente poco accettabile, un libro scritto in finnico. In un'altra occasione l'alunno ha scritto di aver usato un'opera del 312 a.c., in lingua madre (antico greco). In molti motori di ricerca il link esatto al sito è riportato, per esteso, in alto, in apposite "caselline". Se inserite immagini, oltre a quanto già detto in post passati, prese dal web, inserite pure il sito da cui esse sono state prelevate. Se dovete rispettare il copyright, fatelo. In teoria, trattandosi di relazione scientifica scolastica, riportando l'autore e il detentore del copyright, non dovrebbero esserci problemi. Se usate Wikipedia, controllate non solo la relativa pagine, ma pure la discussione e le modifiche apportate a questa pagina. Anche in questo caso si richiede il link completo, e non solo "Wikipedia". Al termine riordinate, alfabeticamente, tutti i siti utilizzati, sia per il testo sia per le immagini. Il titoletto SITOGRAFIA deve essere riportato. Se pensate sia utile, chiudete la Vostra relazione con la data in cui l'avete terminata e la Vostra firma autografa.
Che fate ancora lì? Non dovreste iniziare, almeno in brutta copia la Vostra relazione? NR

schema per una relazione scientifica - (non solo sulle sostanze stupefacenti)

Gentilissimi, continuiamo con la proposta di schema per realizzare una relazione scientifica compilativa sull'argomento delle sostanze stupefacenti:

t) BIBLIOGRAFIA
Indicate il titoletto. La Bibliografia è essenziale per poter valutare, anche solo parzialmente, l'accuratezza di quanto sostenete, di quanto riportato e delle eventuali critiche da Voi sostenute. Un piccolo suggerimento: riportate in Bibliografia quanto EFFETTIVAMENTE avete usato per svolgere la relazione. Non inserite riviste o libri che avete SOLO consultato. Teoricamente, tutti i libri inseriti in Bibliografia DEVONO essere ripresi nello svolgimento della relazione, anche solo per cenni. Poiché la bibliografia è un elenco di libri o riviste, indicate per ordine alfabetico secondo l'autore, è meglio essere il più possibile precisi nel citare le fonti utilizzate. E' di questi mesi la notizia di quanti, non solo in Italia, hanno utilizzato lavori altrui senza citazione, o senza riportare la fonte.
Facciamo un esempio: giunti ad un certo punto della relazione ho utilizzato il libro dal titolo "Caffè, tè e bevande energetiche". Cerco di individuare l'autore, o gli autori. Il testo è stato scritto dal professor Gianluigi Andrea Mascagni Pereira. Cerco l'anno di pubblicazione: 1978. Cerco presso quale casa editrice sia stato pubblicato il libro. Sfoglio le prime e le ultime pagine. Scopro così che la casa editrice è la Litostampa Farina di Farro. Cerco sul libro la sede di questa casa editrice: Messina. Osservo se il libro fa parte di una collana, magari di divulgazione. In effetti si tratta del terzo volume della collana "Piccoli gnomi e alti giganti". Se non facesse parte di alcuna collana, o serie, poco male. Ora ho tutto quanto mi serve per riportare, in Bibliografia, il testo.

BIBLIOGRAFIA
Mascagni Pereira G. A. - (1978) - Caffè, tè e bevande energetiche. Collana: Piccoli gnomi e alti giganti, vol. 3. Litostampa Farina di Farro, Messina.

Inserite almeno tre libri o riviste. Se chiedete informazioni, notizie, interviste a persone, magari via e-mail, o per lettera, o come commento di blog, ad esempio, scrivete così:

Nonna R. - (2013) - Comunicazione personale.

Si tratta di informazioni non pubbliche e non pubblicate.

Alla prossima per quanto riguarda la SITOGRAFIA. NR

COMUNICAZIONE E SCIENZA

Gentilissimi, come noto, la scienza è comunicazione. Tuttavia, finché questo concetto è espresso da una vecchia nonna, appare, o potrebbe apparire, poco credibile. A sostegno di quanto detto, riporto un articolo di chi, senza alcun dubbio, si occupa di scienza e di divulgazione con capacità e serietà, il giornalista Pietro Greco. L'articolo, come sempre modificato per renderlo più adatto alla lettura da parte di giovani alunni, è ripreso dalla newsletter Scienzainrete:


ARTICOLO SCIENZAINRETE: COMUNICAZIONE
Open access, il nuovo paradigma Pietro Greco  Com.  e divulgazione scientifica
Paolo Rossi, lo storico delle idee scomparso a inizio d’anno, sosteneva che la scienza moderna è nata, nel Seicento, abbattendo un paradigma: il «paradigma della segretezza». Comunicando tutto a tutti. E consentendo a tutti di essere critici di tutti. John Ziman, un fisico teorico ed esperto del «lavoro degli scienziati», come recita il titolo di un suo libro, sosteneva che la scienza è un’attività sociale che tende a raggiungere un «consenso razionale d’opinione» sul più vasto campo possibile. L’attività scientifica ha due dimensioni: una privata (osservare la natura, elaborare spiegazioni), l’altra pubblica (comunicare i risultati dell’indagine, sperimentale o teorica). La seconda parte è altrettanto importante della prima. Non c’è scienza senza comunicazione della scienza. E infatti il sistema di comunicazione è l’istituzione sociale fondamentale della comunità scientifica. Istituzione caratterizzata dalla sua totale trasparenza e accessibilità. È tenendo conto di queste due assunzioni che, probabilmente, la Royal Society di Londra ha licenziato, nelle scorse settimane, il rapporto Science as an open enterprise, redatto da un vasto gruppo di lavoro, diretto da Geoffrey Boulton, professore emerito di geologia dell’Università di Edimburgo. Il rapporto è chiaro fin dal titolo: la scienza è e deve essere un’impresa aperta. L’indagine trasparente è il suo cuore pulsante. La comunicazione pubblica delle teorie scientifiche, e dei dati sperimentali e delle osservazioni su cui si basano, consente a tutti di analizzarle, farle proprie, criticarle, rigettarle del tutto o utilizzarle per nuove indagini e per produrre nuova conoscenza. I successi della scienza dipendono dalla sua potente capacità di autocorrezione. E la potente capacità di autocorrezione della scienza, ricorda la Royal Society, dipende, a sua volta, dalla totale trasparenza del suo sistema. Per lungo tempo il sistema di comunicazione della scienza si è basato sull’uso di riviste (con peer review, con analisi critica ex ante da parte di colleghi esperti dell’autore) in abbonamento. Il primo esempio storico sono le Philosophical Transactions, pubblicate, a partire dal 1665, proprio dalla Royal Society. Ebbene, oggi ci sono quattro fatti a imporci di ridare forma per conservare la sostanza del valore e della prassi di «comunicare tutto a tutti». Il primo è l’enorme crescita della comunità scientifica: in poco più di un secolo il numero di ricercatori è aumentato di due ordini di grandezza, passando da circa 80.000, alla fine del XIX secolo, agli oltre 7 milioni attuali. La crescita è stata accompagnata, negli ultimi anni, da una rapida internazionalizzazione. Sia nel senso che si fa scienza in molti più paesi, sia nel senso che fanno scienza sempre più gruppi di persone provenienti da paesi diversi. Tutto ciò ha portato a un incremento enorme della comunicazione: sia nel numero di articoli pubblicati, sia nel numero delle riviste che li pubblicano. Ma, combinato con lo sviluppo delle tecnologie, ha comportato un aumento ancora più esplosivo della quantità di dati prodotti e conservati. Il secondo fatto è l’enorme cambiamento nelle tecnologie della comunicazione. Ora, con i computer e le reti di computer, è davvero possibile comunicare tutto a tutti in tempo reale. Tuttavia, a ostacolare la comunicazione di tutto a tutti, ci sono gli altri due fatti. Il primo è la difficoltà di accesso alla comunicazione. È impossibile, sia per problemi di spazio fisico, sia per problemi di costi di abbonamento spesso esorbitanti, che una qualsiasi istituzione possa allestire biblioteche capaci di contenere tutta la comunicazione scientifica. Il secondo ostacolo è la richiesta delle imprese private che, ormai, finanziano larga parte della ricerca nel mondo, ma anche di molti stati, per motivi di sicurezza, a tenere segreti, piuttosto che a comunicare i risultati della ricerca. Questi fatti sono in contraddizione tra loro. Ed è giunto il tempo di sciogliere i nodi. E i nodi, sostiene la Royal Society, possono essere sciolti in un unico modo: ripristinando la totale trasparenza della scienza. Comunicando tutto a tutti. Le tecnologie ce lo consentono: basta creare riviste in rete e “open access”. Occorre la volontà e un minimo di risorse. La “scienza aperta”, con riviste in rete e “open access”, può diventare un obiettivo politico: dei governi o, magari, dell’Unione Europea. Per almeno otto diversi motivi. Sei sono, per così dire, interni alla comunità scientifica: 1) conservare la capacità di autocorrezione senza la quale non c’è scienza; 2) rendere accessibile le informazioni a tutti, perché questo è il motore per la produzione di nuova conoscenza; 3) creare un sistema che consenta di incrociare l’enorme quantità di dati disponibili (l’incrocio di una quantità enorme di dati potrebbe portare a un nuovo paradigma nella scienza, il quarto, dopo i classici due, l’elaborazione delle teorie e la ricerca sperimentale, e dopo l’avvento della simulazione al computer); 4) pubblicare non solo gli articoli, ma tutti i dati che hanno consentito la loro elaborazione (fatto impossibile su supporto cartaceo); 5) sperimentare nuove forme di simulazione al computer; 6) sperimentare  tecnologie che facilitino la creazione di nuove forme di collaborazione e la formazione di nuovi network di ricerca. Gli altri due motivi che consigliano, quasi impongono, la creazione di un sistema di comunicazione in rete “open access”, riguardano i rapporti tra scienza e società. Il primo: la trasparenza assoluta è una condizione essenziale per aumentare la fiducia dei cittadini non esperti nella scienza. Il secondo: la comunicazione in rete e “open access” consente un più fitto dialogo tra comunità scientifica e cittadini. Ne abbiamo dato notizia in un precedente articolo: il governo inglese ha già annunciato di aderire alla proposta della Royal Society. È importante che lo faccia anche l’Italia. Sia per creare le premesse di una “società democratica fondata sulla conoscenza” sia per non rimanere, ancora una volta, indietro in un processo che è, anche, di innovazione tecnologica. Ma è importante che l’obiettivo della Royal Society, da sottoporre ad analisi critica, ovviamente, sia fatto proprio dall’Unione europea. La scienza, la capacità di innovazione tecnologica e la conoscenza diffusa hanno regalato, per mezzo millennio, al vecchio e piccolo continente un ruolo primario nel mondo. Se vuole uscire dalla crisi è dalla scienza, dall’innovazione tecnologica e dalla conoscenza diffusa che l’Europa deve ripartire. Scienzainrete farà la sua parte, in Italia e in Europa, perché questi processi si avviino.
(20 agosto 2012)

sabato 9 febbraio 2013

approfondimento su sostanze stupefacenti

Gentilissimi, in questo ultimo periodo stiamo parlando di sostanze stupefacenti, quale argomento per una relazione scientifica. Dalla newsletter di Scienza in rete, come sempre parzialmente modificato, Vi lascio un interessante articolo pubblicato a fine agosto.


ARTICOLO SCIENZA IN RETE: DROGHE
La fisica aiuta la prevenzione
Un evento raro nel proprio vissuto, in grado di abbassare le naturali difese psichiche, è tra i fattori scatenanti la tossicodipendenza. Lo stabilisce un’indagine, condotta presso l’Istituto dei Sistemi Complessi, del Consiglio Nazionale delle Ricerche (Isc-Cnr) di Roma, basata su un modello, ispirato alla fisica statistica, utile a controllare e prevenire il fenomeno della tossicodipendenza. La ricerca rientra nella partecipazione al progetto nazionale ‘Prevo-Lab’, diretto da Riccardo Gatti, della Asl di Milano, finalizzato all’analisi e al monitoraggio del fenomeno nel nostro Paese, e i risultati sono stati pubblicati nell’ultimo numero della rivista Scientific  Reports, del gruppo Nature. Lo studio ha cercato di descrivere il fenomeno su un scala più microscopica, stabilizzando alcuni parametri nella vasta gamma di informazioni individuali che è possibile utilizzare, per valutarne la sua evoluzione dinamica e stabilirne un possibile controllo. Nella restrizione di campo delle variabili eterogenee scatenanti la dipendenza, c’è anche la constatazione che la disponibilità economica ha un’incidenza molto più bassa del previsto nella tendenza a consumare droghe.  La scienza della complessità si dimostra, quindi, utile in campo sociale, introducendo la possibilità di prevedere le dinamiche collettive, nonostante le differenze individuali, e contribuendo a pianificare un’azione di prevenzione e controllo. Il modello utilizzato, infatti, consente di analizzare, virtualmente, la risposta di un fenomeno in merito a diverse strategie risolutive utilizzate. Secondo Luciano Pietronero, a capo del team di ricerca e direttore dell’Isc-Cnr, “L’ambizione è quella di sviluppare una descrizione quantitativa del comportamento umano, che rappresenta certamente uno dei principali obiettivi della scienza della complessità. Il metodo è ispirato ai cosiddetti 'modelli ad agenti' della Fisica statistica, in cui vengono fissati dei parametri oggettivi, ma è in grado di estrapolare il ‘sommerso’ dei comportamenti, focalizzando l’attenzione sugli aspetti accessibili ed essenziali della vita delle persone, cioè su alcuni parametri dedotti dalla osservazione empirica del reale.”.
(23 agosto 2012)