sabato 19 luglio 2014

alimentazione e noci

Gentilissimi,
anche i consigli delle nonne, spesso, anticipano gli studi scientifici. Eccone un esempio. Si tratta di un articolo tratto, e lievemente modificato, dalla newsletter Le Scienze.
Buona lettura e buon appetito. NR

alimentazione epidemiologia longevità
Noci e arachidi per una vita più lunga e più sana

© Beau Lark/Corbis
Un abbassamento del 20 per cento della mortalità da qualsiasi causa sembra correlato al consumo regolare di una modica quantità di noci, nocciole, mandorle e altra frutta oleosa: a sostenerlo è uno studio che, pur non potendo fornire una dimostrazione definitiva, porta molti dati a sostegno di questa ipotesi (red)
Una dieta che contempli l'assunzione regolare di una modesta quantità di noci, noccioline, mandorle e altra frutta oleosa sarebbe in grado di abbassare, fino al 20 per cento, i tassi di mortalità per qualsiasi causa. L'affermazione viene da un ampio studio di coorte, realizzato da ricercatori del Dana-Farber Cancer Institute, a Brigham, della Harvard School of Public Health, e pubblicato sul “New England Journal of Medicine”, che porta una notevole messe di dati a sostegno della sua verosimiglianza. Diversi studi precedenti avevano trovato un'associazione tra l'aumento del consumo di noci, arachidi, mandorle e simili e un minor rischio di malattie cardiache, diabete di tipo 2, cancro del colon, calcoli biliari e diverticolite. Questi effetti erano stati messi in relazione a una riduzione dei livelli di colesterolo, stress ossidativo, infiammazione, adiposità e sviluppo di insulino-resistenza.

© Joe Petersburger/National Geographic Society/Corbis
Alcuni studi avevano anche collegato l'aumentato del consumo di quegli alimenti a una mortalità totale più bassa in popolazioni specifiche, ma nessuno aveva esaminato, in dettaglio, la correlazione fra i vari livelli di consumo e gli effetti sulla mortalità totale in una popolazione di grandi dimensioni. La nuova ricerca ha invece sfruttato i dati raccolti in due tra i più ampi e importanti studi osservazionali di lungo periodo: il Nurses' Health Study (relativo a 76.464 donne, seguite tra il 1980 e il 2010) e lo Health Professionals' Follow-up Study (42.498 uomini, seguiti dal 1986 al 2010). Usando sofisticati metodi di analisi statistica, i ricercatori hanno sottratto dai risultati l'effetto di altri fattori, che potevano influire in modo positivo sulla mortalità, in modo da stimare il beneficio netto apportato dalla dieta a base di noci e simili. “Da tutte queste analisi risulta che quanto più i soggetti mangiavano noci, arachidi eccetera, tanto minore era la probabilità che morissero nel periodo di follow-up di 30 anni”, ha spiegato Ying Bao,, primo autore del rapporto. In particolare, assumendo come unità di misura la quantità di prodotto dei pacchetti di noccioline reperibili nei distributori automatici (circa 30 grammi), è risultato che chi ne aveva consumato regolarmente una dose una volta alla settimana aveva una riduzione della mortalità dell'11 per cento, che saliva al 13 per cento per un consumo da due a quattro volte la settimana, al 15 per cento per cinque o sei volte, fino al 20 per cento nel caso di un'assunzione quotidiana. Lo studio non ha individuato specifici effetti per specifici tipi di frutti: la riduzione della mortalità è apparsa simile per arachidi, noci, nocciole, mandorle, noci del Brasile, anacardi, noci macadamia, noci pecan, pistacchi e pinoli.

(21 novembre 2013)

lunedì 14 luglio 2014

cani scodinzolanti

Gentilissimi,
in vista delle vacanze, come spesso accade, si pone il problema degli animali domestici abbandonati. Molto è stato fatto, in proposito. Dalla pubblicità progresso, a testimonial, come Dylan Dog, del resto è questo il significato di "dog", a Rai 2.
Molto più semplicemente, Vi lascio un articolo dedicato ai cani. Modificato lievemente, è stato ripreso dalla newsletter Le Scienze.
Buona lettura! NR

animali comportamento neuroscienze
Il cane amichevole? Scodinzola verso destra

© Ocean/Corbis
Un cane interpreta le intenzioni di un altro cane osservando da che parte scodinzola: un movimento della coda verso sinistra denota aggressività, verso destra indica invece intenzioni amichevoli. L'ipotesi degli autori, un gruppo italiano guidato da Giorgio Vallortigara, è che non si tratti di messaggi intenzionali, ma di un effetto secondario dell'attivazione asimmetrica degli emisferi cerebrali (red)
Uno scodinzolio verso destra denota un atteggiamento positivo e amichevole, verso sinistra negativo e aggressivo: ecco il codice segreto che i cani sanno interpretare quando vedono un consimile, secondo una nuova ricerca, pubblicata sulla rivista “Current Biology”, dal gruppo guidato da Giorgio Vallortigara, del Centro Interdipartimentale Mente/Cervello, dell’Università di Trento. La preferenza per il lato destro o sinistro di alcuni movimenti, e dei comportamenti a essi collegati, è un fenomeno osservato in molte specie animali, e riflette l'asimmetria tra i due emisferi del cervello. Una ricerca recente dello stesso Vallortigara ha dimostrato, per esempio, che, nel caso del cane, uno scodinzolio verso destra tende a essere associato a situazioni che dovrebbero indurre un comportamento di approccio, per esempio la presenza del padrone, mentre lo scodinzolio verso sinistra è risultato associato a un comportamento di evitamento. Questo risultato è in accordo con l'ipotesi che il primo comportamento sia controllato dall'emisfero sinistro, lo stesso che controlla il movimento della coda verso destra, e il secondo dall'emisfero destro, che controlla il movimento della coda verso sinistra.

Scodinzolio di cani di razze diverse: per tutti, il lato verso cui si muove la coda ha lo stesso significato emotivo, dettato dalla lateralizzazione dell'attivazione cerebrale corrispondente (© Bloomimage/Corbis)
Per verificare se gli stessi cani siano in grado d'interpretare questa asimmetria nel movimento della coda dei propri consimili, in questo nuovo studio, Vallortigara e colleghi hanno analizzato il comportamento di 43 cani di razze diverse mentre guardavano immagini di altri cani, realistiche o raffiguranti figure stilizzate, mentre scodinzolavano verso destra, verso sinistra, oppure mentre non scodinzolavano. L'analisi delle reazioni degli animali ha dimostrato che, se avveniva prevalentemente verso sinistra, lo scodinzolio suscitava una reazione di ansia e di accelerazione del battito cardiaco; quando avveniva prevalentemente verso destra, il cane rimaneva rilassato. Nel terzo caso, infine, il cane si mostrava nervoso di fronte all'immobilità percepita nel cane raffigurato. Questa differenza indica che, attraverso lo scodinzolio, il cane è in grado d'interpretare l'atteggiamento di un altro cane che si trova di fronte, aggressiva nel primo caso e amichevole nel secondo. “L’asimmetria può avere una valenza comunicativa: a seconda che avvenga maggiormente verso destra o verso sinistra può rappresentare un’attitudine benevola o malevola di un cane verso un altro cane”, spiega Vallortigara. “Non che il cane stia intenzionalmente comunicando con un suo conspecifico tramite la coda: forse quel che accade è che i segnali di scodinzolio che compaiono nel campo visivo sinistro (elaborati dall’emisfero destro) sono notati maggiormente e fanno capire subito all’osservatore l’attitudine amichevole del conspecifico.”. In definitiva, lo scodinzolio su un lato invece che sull'altro sarebbe un effetto secondario della lateralizzazione delle risposte emotive del cervello dei cani. Lo studio del legame tra asimmetria del cervello e comportamento sociale potrebbe essere estremamente utile sia nella pratica veterinaria sia nell'addestramento degli animali.

(31 ottobre 2013)

sabato 12 luglio 2014

proteina A 3

Gentilissimi,
Vi propongo un ennesimo approfondimento sulla tematica HIV. Si tratta, come spesso in questo blog, di un articolo tratto dalla newsletter Le Scienze, lievemente modificato, senza alterarne il senso, ovviamente.
Buona lettura! NR


 immunologia medicina biologia
La proteina che aiuta a difendersi dall'HIV
Sono i livelli molto elevati della proteina A3, in specifiche cellule del sistema immunitario, a proteggere i cosiddetti controller, ovvero soggetti con HIV in cui però l'infezione non riesce a riprendere il suo corso quando viene interrotta una terapia antiretrovirale. La scoperta consente di ipotizzare un nuovo approccio terapeutico che prevede un trattamento precoce in grado, potenzialmente, di rendere controller ogni persona infettata dall'HIV, proteggendo le riserve di questa proteina immunitaria difensiva (red)
Medici e ricercatori che si occupano di HIV li chiamano élite controller, o "controllori di élite": sono i soggetti che, pur avendo contratto il virus, riescono a controllarlo a lungo termine, anche senza farmaci antivirali. Un gruppo di ricerca della Northwestern University, che firma un articolo su PLOS ONE, ha ora scoperto la seconda "linea di difesa” del sistema immunitario, che consente a questi soggetti di difendersi dopo che il virus HIV ha superato la prima, il sistema immunitario adattativo, che non riesce a riconoscerlo quando muta. Richard D'Aquila, direttore dell'HIV Translational Research Center, della Northwestern University, ha scoperto che i controller, che sono circa l'uno per cento del totale dei soggetti infettati dall'HIV, hanno un livello più elevato di una proteina, denominata APOBEC3G, o A3 per brevità, nelle cellule T CD4+ di memoria del sistema immunitario, molto tempo dopo che queste stesse cellule sono state infettate dal virus. Queste cellule sono specifiche per un dato antigene e possono attivare, in modo estremamente rapido e preciso, la risposta immunitaria quando l'antigene si ripresenta nell'organismo. 

Una rappresentazione al computer della proteina APOBEC3G (Wikimedia Commons)
La proteina A3 è nota per la sua capacità di inibire la replicazione di molti retrovirus, cioè dei virus che usano il processo di trascrittasi inversa, per cui dall'RNA si genera il DNA, e in particolare dell'HIV. Proprio a questo meccanismo replicativo si deve l'accumulo di piccoli “errori” che consentono all'HIV di cambiare leggermente le sue caratteristiche ed eludere parte delle difese immunitarie. L'HIV appartiene anche al sottogruppo dei lentivirus, cioè dei retrovirus a lenta incubazione, che hanno però sviluppato una proteina denominata fattore di infettività del virione (VIF), grazie a cui rendono inefficace l'azione dell'A3. Le cellule T di memoria hanno una vita media molto lunga e consentono all'HIV di “nascondersi” e rimanere in uno stato di quiescenza quando un soggetto è trattato con la terapia antiretrovirale. Quando la terapia è interrotta, il virus può tornare a propagarsi rapidamente, almeno nella maggior parte dei pazienti. Nei controller invece l'abbondanza di A3 fa sì che parte di queste proteine sfuggano all'inattivazione del fattore d'infettività virale, e il nuovo HIV che si genera da queste cellule non sia in grado d'infettare altre cellule. Il risultato apre la strada a nuovo approccio terapeutico, che prevede un trattamento precoce in grado, potenzialmente, di rendere controller ogni persona infettata dall'HIV, proteggendone le riserve di questa proteina immunitaria difensiva, con l'obiettivo finale di liberare i pazienti dai farmaci antiretrovirali. “Preservando, e anche incrementando, questa difesa nelle cellule si potrebbe prevenire la ripresa dell'infezione a livelli pericolosi quando s'interrompe la somministrazione di farmaci antiretrovirali”, spiega D'Aquila. “Preservando la proteina A3 si potrebbe minimizzare la diffusione dell'HIV, come sembra fare nell'organismo dei controller.”.

(17 ottobre 2013)

lunedì 9 giugno 2014

troppi universi?

Gentilissimi,
Vi lascio, dopo molto tempo, un nuovo approfondimento di astronomia.
Come ben saprete vi sono numerose ipotesi su quanti universi esistano, o possano esistere.
Semplificando molto, potrebbero esistere gli universi paralleli. Si tratterebbe di universi causati dal principio di indeterminazione. Ad ogni "osservazione", o "scelta" compiuta, l'universo si biforca. Ad ogni biforcazione si origina un nuovo universo. Tale pletora di universi ha la caratteristica che ogni singolo universo è, fondamentalmente, compatibile con ogni altro universo. Più vicino è il "momento" della biforcazione, più gli universi sono compatibili. Ad esempio, se portassimo Nick Nolte da questo universo ad un altro universo, magari in cui non ha recitato in uno dei suoi film, lo stesso Nick, comunque, si troverebbe "quasi" a suo agio.
Tali universi sono compatibili, ma, evidentemente, non comunicabili. Non vi sarebbe possibilità di comunicare tra un universo e l'altro. Si parla, propriamente, di UNIVERSI PARALLELI.
Un'altra ipotesi suggerisce il fatto che vi possano essere differenti universi, magari anche con leggi fisiche diverse da quelle da noi conosciute. Tali universi sarebbero incompatibili uno con l'altro. Nick Nolte non potrebbe vivere su una Terra con una gravità 40 volte superiore. Tuttavia, in linea teorica, vi potrebbero essere vie di comunicazione tra tali universi. Tale ipotesi è detta MULTIVERSO.
La presente introduzione, molto semplificata e, forse, anche poco corretta, è solo da preambolo per un approfondimento, pur se non troppo recente, che Vi suggerisco di leggere.
L'articolo è rivisto e lievemente modificato. E' tratto dalla newsletter Scienzainrete.
Buona lettura! Una nonna incompatibile, a volte anche con se stessa.

ARTICOLO SCIENZAINRETE: ASTROFISICA 
Quanti Universi? Troppi! 
Tommaso Maccacaro Scienze dello spazio Ist. Nazionale di Astrofisica
Non ho problemi con i numeri grandi, e nemmeno con quelli molto grandi; anzi mi piacciono. Proprio in questa rubrica qualche tempo fa (v. “le Stelle” n. 107, pp. 8-9) scrivevo di Googol, Googolplex e del numero di Graham, il numero più grande mai usato in una dimostrazione matematica. Devo però ammettere che i 10500e più universi che, secondo alcuni fisici teorici, deriverebbero da qualche variante della teoria delle stringhe mi sembrano veramente troppi. E troppi sarebbero, a maggior ragione, gli universi postulati da Andrej Linde e Vitaly Vanchurin. Questi autori, in un articolo dal titolo “Quanti universi ci sono nel multiverso?”, osservano che il numero totale di geometrie possibili, all’interno dell’orizzonte cosmologico di un universo caratterizzato da inflazione eterna, dopo un numero grande ma finito di episodi inflativi, sarebbe enormemente maggiore. Altri, addirittura, sostengono che il numero di universi possa essere infinito. Il suggerimento di Linde e Vanchurin che un osservatore umano non possa concepire, per le limitazioni del suo cervello, più di 1010^16 universi diversi, un numero incommensurabilmente maggiore dei 10500 di cui sopra, non mi offre sufficiente sollievo. Nella nostra storia s’incontrano molti momenti in cui abbiamo acquisito la consapevolezza che il mondo che abitavamo era ben più grande di quanto avessimo creduto fino ad allora. A volte la cosa è avvenuta con un processo lento, quasi continuo, a volte con salti anche considerevoli. Abbiamo iniziato scoprendo che il mondo non si limitava alle Colonne d’Ercole ma si estendeva oltre. Poi, che c’erano altre terre al di là degli oceani (penso che Colombo non avesse piena consapevolezza di quanto, procedendo verso occidente, distassero veramente le Indie: non sarebbe partito!). Una volta capito quanto grande è il pianeta che abitiamo, abbiamo misurato con precisione sempre maggiore lo spazio che lo circonda e la distanza che lo separa dagli altri pianeti, dal Sole e dalle stelle. Nell’arco di vent’anni, dal 1639 al 1659, la distanza del Sole è quasi raddoppiata, passando dai 14.000 raggi terrestri di Horrocks ai 24.000 di Huygens, molto vicini alla misura attuale. La distanza delle stelle si è dimostrata molto più difficile da misurare e non ci si capacitava del fatto che non si riuscisse a vederne lo spostamento parallattico. Bisognerà aspettare la metà dell’800, quando la precisione della strumentazione astronomica permise, faticosamente, di misurare differenze di posizione dell’ordine della frazione del secondo d’arco. Ciò consentì a Bessel di registrare con successo la prima parallasse stellare, ricavando, per la stella 61 Cygni, la distanza di circa 3 parsec, una decina di anni luce. Finalmente le stelle, anche se solo le poche vicine, mostravano quell’effetto di parallasse che già Aristarco di Samo era andato cercando, non sapendolo così piccolo da non poter essere misurabile né allora e neppure nei successivi duemila anni, per validare il suo modello eliocentrico. Dallo studio della distanza e distribuzione delle stelle abbiamo ricavato le dimensioni della nostra Galassia, che oggi sappiamo essere un agglomerato di qualche centinaio di miliardi di stelle, disposte in un disco largo 100.000 anni luce e spesso, nella regione dei bracci, circa 1000 anni luce. Herschel, che si era messo a contare stelle in diverse direzioni del cielo, proprio per studiare la forma della Galassia e la nostra posizione in essa, alla fine del 1700 ancora la considerava tutto il nostro Universo, anche se già Wright aveva immaginato la possibilità che le deboli nebulose visibili al telescopio, che cominciavano in quegli anni a essere catalogate sia da Herschel stesso che da Messier, potessero essere “creazioni esterne” o “universi isola”, per usare l’espressione introdotta da Kant. Nel XIX secolo, telescopi migliori e più potenti permisero di approfondire lo studio delle nebulose, per capire se fossero ammassi di stelle non risolti piuttosto che oggetti realmente diffusi, comunque considerati parte della Galassia. Nel 1847, Lord Rosse completò la costruzione di quello che, all’epoca, era il più grande telescopio del mondo, il Leviathan, di 6 piedi di diametro (1,8 metri) e fu in grado di classificare morfologicamente alcune di queste nebulose, riconoscendone la struttura a spirale. Notò anche che, in alcune di esse, si distinguevano punti luminosi, fasce scure, filamenti. Stavano maturando le condizioni per capire che l’universo era spaventosamente più grande di quanto chiunque immaginasse. Uno dei primi a rendersene conto fu Heber Curtis, del Lick Observatory, in California. Nei primi anni del secolo scorso, Curtis notò una dozzina di stelle novae in quella che, allora, veniva ancora chiamata Nebulosa di Andromeda, tutte molto più deboli (mediamente di 10 magnitudini) di quelle osservate nella nostra Galassia. Usò quei dati per stimare una distanza di circa 500.000 anni luce per la Nebulosa di Andromeda, che oggi sappiamo essere quasi cinque volte più lontana, ponendola chiaramente al di fuori della Via Lattea. Confortato dai suoi dati propose quindi l’ipotesi degli “universi isola”, sostenendo che le nebulose, che si credeva fossero contenute nella nostra Galassia, altro non erano che galassie simili alla nostra, esterne e distanti. Harlow Shapley contestò questa ipotesi e i due si confrontarono sulla natura delle nebulose e sulle dimensioni dell’universo in un celebre confronto pubblico, passato alla storia dell’astronomia come il Grande Dibattito, the great debate, che ebbe luogo a Washington nel 1920. La controversia, tuttavia, non durò molto. Edwin Hubble, nel 1925, usando il telescopio Hooker da 2,5 metri di diametro, da pochi anni diventato il più potente al mondo, identificò alcune variabili Cefeidi in Andromeda e in altre nebulose. La distanza che ne risultava diede ragione a Curtis e pose definitivamente fine al dibattito. Ancora una volta la revisione delle dimensioni del mondo era al rialzo. Il nostro universo non solo diventava miliardi di volte più grande ma conteneva anche innumerevoli galassie simili alla nostra, come Wright e Kant avevano intuito centocinquant’anni prima. Le osservazioni sistematiche delle nebulose da parte di Edwin Hubble e di Milton Humason, ormai ribattezzate galassie, permisero poi di consolidare l’ipotesi che l’universo andasse espandendosi, così come Lemaître aveva per primo ricavato dalla Teoria della Relatività Generale di Einstein e dai primi spettri di Vesto Slipher, che mostravano uno spostamento verso il rosso delle righe atomiche delle galassie (v. “le Stelle” n. 78, pp. 48-53). In neanche duecento anni, tra la fine del 1700 e la fine del 1900, siamo passati da un universo statico grande 100.000 anni luce e costituito dalla sola nostra Galassia a un universo nato circa 14 miliardi di anni fa, grande 46 miliardi di anni luce (nel tempo si è espanso), contenente alcune centinaia di miliardi di galassie e le cui dimensioni sono in continuo aumento. Che questa espansione abbia avuto una storia complessa, fatta di periodi d’inflazione, di relativa tranquillità e poi di ulteriore accelerazione è conclusione di questi ultimi trent’anni. Ancor più recente è l’idea che, forse, non abbiamo a che fare con un unico Universo, ma piuttosto con molti universi, detti anche universi paralleli: il cosiddetto “multiverso”, inevitabilmente ben più grande dell’Universo (v. “le Stelle” n. 114, pp. 32-38 e “le Stelle” n. 117, pp. 72-73). La teoria del multiverso è ancora nella sua infanzia e diversi problemi concettuali attendono di essere risolti. Non disponiamo di un modello unico e condiviso e probabilmente sarà necessaria una più profonda conoscenza sia dei principi fondamentali della meccanica quantistica che della teoria delle stringhe, con le sue varie declinazioni, per convergere su di un’unica visione. Nel frattempo, però, già c’è chi studia la gerarchia dei multiversi. Chi volesse addentrarsi in questa affascinante speculazione intellettuale può leggere Universi paralleli di Max Tegmark , tradotto in italiano su le Scienze (418, 2003), oppure Un solo mondo o infiniti? di Alexander Vilenkin, pubblicato nel 2007 da Raffaello Cortina, nella collana “Scienza e Idee”. Non vorrei fare la figura di Shapley nel great debate, a disagio con le dimensioni che derivavano dalle misure di Curtis. Ma i 10500 universi o peggio i 1010^16 di Linde e Vanchurin, per non dire della possibilità che siano infiniti, mi preoccupano. Pensate a una partita di tris in cui, su una scacchiera di sole 9 caselle, si devono disporre alternativamente delle pedine di due possibili tipi, cerchi o croci, cercando di metterne tre dello stesso tipo in fila (orizzontale, verticale o diagonale). Beh, dopo un po’ tutte le possibili partite saranno state giocate e, inevitabilmente, se ne ripeterà una già vista. E il numero delle diverse partite giocabili non è neppure tanto grande (9! = 362.880, se s’ignorano le configurazioni simmetriche e se si continua fino al totale riempimento della scacchiera anche dopo una vittoria o uno stallo). Se invece riconosciamo che due partite, simmetriche per rotazione o riflessione della scacchiera, sono di fatto la stessa partita, allora ne riduciamo il numero a meno di 30.000. Pochi gradi di libertà (due tipi di pedine e nove caselle nel caso del gioco del tris) portano dunque a una varietà limitata di situazioni possibili; poi si avranno inevitabili ripetizioni. Più gradi di libertà consentono una ben maggiore possibilità di differenziazione, ma con il crescere delle repliche si arriverà comunque, inevitabilmente, alla ripetizione. Ecco dunque la ragione delle mie preoccupazioni: se il numero di universi è abbastanza grande, allora saranno state giocate tutte le possibili partite di dama, backgammon e scacchi, saranno state composte tutte le possibili sinfonie e scritti tutti i libri possibili. Già, perché con troppi universi a disposizione è inevitabile che le cose, anche quelle complesse, si ripetano. Non solo, ma oltre un certo numero, si possono (devono) ripetere gli universi stessi! Tegmark calcola che al primo livello gerarchico di multiversi, gli universi inizino a ripetersi dopo una distanza di 1010^118 metri! Parecchio lontano da qui, visto che il nostro universo ha un raggio di solamente 4 x 1026 metri, ma comunque preoccupante. E così, superate le Colonne d’Ercole, non ci siamo più fermati. Ma ancora non sappiano bene dove sia il confine. I grandi numeri sono belli, ci fanno pensare e stimolano la nostra fantasia, ma quando sono troppo grandi ci fanno un po’ perdere il senso della realtà, qualsiasi cosa questa parola voglia dire.
Tratto da Le Stelle n° 119, giugno 2013
(21 ottobre 2013)

venerdì 16 maggio 2014

UN VIDEO SULL'IMPATTO DI METEORITI

Gentilissimi,
la newsletter Scienzainrete ha pubblicato un link relativo all'impatto meteorico avvenuto al lago Chebarkul.
Sicuramente ricorderete: ne hanno parlato tutti i giornali, anche in tv.
Ecco il link.

chebarkul

Guardate i video presenti, in particolare in alto a sinistra.

Una nonna curiosa! NR

venerdì 9 maggio 2014

allocco o gufo?

Gentilissimi,
la cortese AR-ROSS-ATA invia al nostro blog una foto presa da Facebook. La richiesta, in apparenza, è semplice: si tratta di un gufo o di un allocco?
Non so rispondere personalmente, pur avendo alle spalle qualche corso di formazione di birdwatching.
Ecco la fotografia! Se qualche lettore inviasse commenti, sarebbe cosa molto gradita.
Una Nonna Ignorante. NR

domenica 4 maggio 2014

una citazione di madame Curie

Gentilissimi, oggi Vi lascio solo una citazione di M. Curie. La citazione dovrebbe risalire al 1933, ma non ne sono proprio sicura. Al di là di eventuali miei errori di traduzione, sempre possibili, la frase mi sembra un ottimo modo per l'inizio di maggio. Una nonna sognatrice! NR

<<L'UMANITA' HA BISOGNO DI UOMINI D'AZIONE, MA ANCHE HA BISOGNO DI SOGNATORI>> (M. CURIE)