Gentilissimi,
una nostra lettrice, Chiara, ha inserito un commento relativo al post sugli universi paralleli.
Reputo utile fornire ulteriori spiegazioni in proposito.
Chiedo scusa, già da subito, se la spiegazione sarà "semplificata".
a) Secondo la meccanica quantistica non possiamo sapere, con precisione, velocità e posizione di una particella contemporaneamente. Si tratta del principio di indeterminazione.
b) Una particella, come il fotone, per esempio, può essere considerata come un'onda oppure come un "corpuscolo". Se consideriamo il fotone un'onda, esistono modelli matematici, posti in forma di equazioni, che cercano di spiegare tale onda. Le equazioni d'onda non sono di primo grado, ossia hanno più di una soluzione.
c) La particella, o l'onda, se preferite, può trovarsi, dal punto di vista delle probabilità, in uno stato A oppure in un altro stato B.
d) Al momento della osservazione, lo sperimentatore osserva uno dei due stati. In altre parole o osserva la particella nello stato A OPPURE osserva la particella nello stato B.
e) Poiché ENTRAMBE le soluzioni sono possibili, dal punto di vista matematico, anche l'altra soluzione DEVE esistere.
f) Questo comporta che, dal punto di vista fisico, si può ipotizzare che, in maniera controintuitiva, esista pure l'altro stato. Ipoteticamente E' COME SE ci fossero due particelle: una nello stato A; l'altra nello stato B.
g) Al momento della osservazione, poiché l'osservatore vede solo uno dei due stati, cosa accade all'altro stato?
h) Per rispondere a questa domanda è stato proposto che, all'osservazione, accada che, matematicamente, e fisicamente, l'universo, in qualche modo, si sdoppi. In un universo vedremo lo stato A, nell'altro lo stato B.
i) Questi universi ipotetici NON sono in comunicazione tra loro. Sono universi paralleli non comunicanti.
l) Se esistessero tali universi, non potremmo osservarlo e conoscerli, in quanto l'informazione contenuta in uno di essi non sarebbe a disposizione degli altri universi.
m) Esistono, tuttavia, ipotesi alternative, che propongono la possibilità, probabilistica, che vi siano alcune condizioni in cui tali universi possano comunicare. L'articolo proposto nel precedente post cerca di spiegare tale possibilità.
Ringrazio Chiara per la puntuale precisazione. Spero solamente di non aver "ben confuso" il tutto.
Una nonna parallela! NR
mercoledì 2 settembre 2015
lunedì 10 agosto 2015
ancora sull'origine della vita
Gentilissimi,
eccoVi un ulteriore articolo che avvalora la cosiddetta "congettura di Hoyle", o panspermia.
Si tratta di una ipotesi sull'origine della vita che, negli anni '70-'80, ha avuto, almeno dal punto di vista mediatico, un notevole riscontro. Si vedano, come esempio, nella musica le canzoni di David Bowie, o, in Italia, Alan Sorrenti e i suoi Figli delle stelle.
Era detta "congettura" in quanto non avvalorata da esperimenti e, per tanto, non accettata dalla maggior parte degli scienziati. Dalle ultime scoperte di Rosetta è possibile predire che tale congettura ritorni ad essere una "ipotesi". Nell'articolo che Vi propongo, lievemente modificato dalla newsletter Le Scienze, si parla delle molecole prebiotiche e di un "residuo organico", messo in grassetto dalla Vostra nonna, che ricorda, per molti aspetti, la torbidità ottenuta da Miller e Oparin nel famoso esperimento.
Prima di lasciarVi alla lettura di questo interessante articolo, una considerazione:
se l'ipotesi inorganica ha ampliato la possibilità numerica di ottenere molecole organiche autoreplicantesi, forse, spostando tale ipotesi dalla Terra a tutti i pianeti con caratteristiche simili alla Terra presenti nell'universo, tale probabilità aumenterebbe, e di molto.
eccoVi un ulteriore articolo che avvalora la cosiddetta "congettura di Hoyle", o panspermia.
Si tratta di una ipotesi sull'origine della vita che, negli anni '70-'80, ha avuto, almeno dal punto di vista mediatico, un notevole riscontro. Si vedano, come esempio, nella musica le canzoni di David Bowie, o, in Italia, Alan Sorrenti e i suoi Figli delle stelle.
Era detta "congettura" in quanto non avvalorata da esperimenti e, per tanto, non accettata dalla maggior parte degli scienziati. Dalle ultime scoperte di Rosetta è possibile predire che tale congettura ritorni ad essere una "ipotesi". Nell'articolo che Vi propongo, lievemente modificato dalla newsletter Le Scienze, si parla delle molecole prebiotiche e di un "residuo organico", messo in grassetto dalla Vostra nonna, che ricorda, per molti aspetti, la torbidità ottenuta da Miller e Oparin nel famoso esperimento.
Prima di lasciarVi alla lettura di questo interessante articolo, una considerazione:
se l'ipotesi inorganica ha ampliato la possibilità numerica di ottenere molecole organiche autoreplicantesi, forse, spostando tale ipotesi dalla Terra a tutti i pianeti con caratteristiche simili alla Terra presenti nell'universo, tale probabilità aumenterebbe, e di molto.
biologia spazio astronomia
I mattoni della vita nei
ghiacci interstellari
La
formazione di aldeidi, composti chimici cruciali per la chimica di base della
vita, è stata osservata in laboratorio, riproducendo processi fisici che
avvengono nei ghiacci che si trovano nelle nubi molecolari protostellari, da
cui hanno origine i pianeti e altri oggetti celesti come comete e asteroidi(red)
I ghiacci interstellari, che si trovano in abbondanza
nelle dense nubi molecolari da cui si sono formate le stelle e i sistemi
planetari, possono evolvere in composti chimici intermedi, che costituiscono i
mattoni elementari della vita. È quanto si legge nelle conclusioni di un nuovo articolo, apparso sui “Proceedings of
the National Academy of Sciences”, a
firma di Pierre de Marcellus, dell'Università Paris-Sud, a Orsay, in Francia, e
colleghi di una collaborazione internazionale, che, in una serie di esperimenti
di laboratorio, hanno riprodotto i processi grazie ai quali questi ghiacci
evolvono nello spazio interstellare. Secondo lo studio, il materiale,
incorporato nei planetesimi, gli oggetti primordiali da cui si sono formati i
pianeti, sarebbe una potenziale fonte di chimica prebiotica sui pianeti di tipo
terrestre.
Rappresentazione
artistica di planetesimi, i nuclei da cui si sviluppano i pianeti, che possono
incorporare i mattoni elementari dei composti organici (Cortesia NASA/JPL-Caltech/T.
Pyle (SSC))
Le osservazioni astronomiche nel medio infrarosso
hanno identificato i ghiacci interstellari come la frazione più abbondante
delle dense nubi molecolari che si trovano intorno alle protostelle. La loro
composizione è dominata dall'acqua, seguita dal monossido di carbonio,
dall'anidride carbonica, dal metanolo, dall'ammoniaca e dal metano. Tutti
questi composti chimici, esposti all'azione di vari processi energetici, come i
raggi cosmici (la pioggia di particelle cariche provenienti dallo spazio
esterno, per lo più da protoni e nuclei di elio), i raggi ultravioletti e i
processi termici, possono dare luogo a specie altamente reattive, quali ioni e
radicali, che, a loro volta, in seguito, si possono ricombinare in molecole più
complesse. Questa complessità molecolare è difficile da osservare con gli
strumenti astrofisici e, in particolare, con la spettroscopia infrarossa. E'
per questo che molti laboratori hanno simulato l'evoluzione fotochimica di
semplici ghiacci interstellari, che coinvolgono elementi quali carbonio,
idrogeno ossigeno e azoto: in seguito al riscaldamento a temperatura ambiente è
possibile ottenere la formazione di un residuo organico considerato un analogo della materia
protocometaria. Questo tipo di residui mostra una struttura macromolecolare in
cui compaiono diversi tipi di composti, come alcoli, amine, amidi, esteri e
acidi carbossilici. In particolare, quando gli idrocarburi policicli aromatici
presenti nei ghiacci sono irradiati si formano diverse molecole prebiotiche, che
costituiscono, cioè, le unità di base dei composti organici, e, quindi, della
vita, come gli amminoacidi e i diamminoacidi, l'urea, la glicourea, i precursori
dei lipidi e i chinoni. All'appello mancavano però gli aldeidi, scoperti ora da
de Marcellus e colleghi in 10 forme diverse, utilizzando sofisticate tecniche
di cromatografia e spettrometria. Gli autori hanno sintetizzato in particolare
la glicoaldeide e la gliceraldeide, due composti chimici considerati come
intermedi prebiotici cruciali nelle prime fasi della sintesi di ribonucleotidi,
cioè dei mattoni elementari che costituiscono l'RNA, nell'ambiente
protoplanetario. Stando al risultato dell'esperimento, è plausibile ipotizzare
che questi composti chimici, presenti all'origine del sistema solare, siano
stati successivamente incorporati nei materiali che hanno formato i planetesimi
e, da qui, abbiamo potuto dare il via alla chimica prebiotica.
(13 gennaio 2015)
giovedì 30 luglio 2015
profumo di cometa
Gentilissimi,
ho trovato, sulla newsletter Scienzainrete, un interessante articolo sull'esperimento Rosina. L'articolo, di C. Elidoro, è stato lievemente modificato. Del resto si parla di Rosetta e Rosina! Volete che nona Rosa non ve lo proponga? Se la risposta fosse "sì", avete sbagliato blog. Se, al contrario, Vi interessano tali argomenti, allora buona lettura! NR
ho trovato, sulla newsletter Scienzainrete, un interessante articolo sull'esperimento Rosina. L'articolo, di C. Elidoro, è stato lievemente modificato. Del resto si parla di Rosetta e Rosina! Volete che nona Rosa non ve lo proponga? Se la risposta fosse "sì", avete sbagliato blog. Se, al contrario, Vi interessano tali argomenti, allora buona lettura! NR
ARTICOLO
SCIENZAINRETE:
E'
dall'inizio di agosto che gli strumenti dell'esperimento ROSINA (Rosetta
Orbiter Sensor for Ion and Neutral Analysis), a bordo della sonda Rosetta,
stanno esaminando i vapori prodotti dalla cometa 67P/Churyumov-Gerasimenko nel
suo graduale avvicinamento al perielio (il giro di boa attorno al Sole avverrà
il prossimo 13 agosto). I primi dati raccolti dagli strumenti sono già
stati diffusi, a settembre, nel corso dell'EPSC 2014 (European
Planetary Science Congress 2014), tenutosi a Cascais, in Portogallo. ROSINA è
un esperimento complesso, composto
da tre distinti strumenti: due spettrometri di massa (DFMS e RTOF), le cui
capacità si integrano a vicenda, e un sensibile rilevatore di pressione (COPS).
Progettati e realizzati da una decina di Istituti di ricerca, gli strumenti di ROSINA
hanno, come obiettivo, la determinazione della composizione della chioma della
cometa, la misurazione delle temperature e delle velocità dei gas e degli ioni
che la compongono e l'individuazione delle reazioni chimiche che vi si
svolgono. Un obiettivo ambizioso, ma alla portata dei delicati strumenti
dell'esperimento. Basti dire che i due spettrometri sono in grado di
individuare gli elementi chimici entro un intervallo di massa estremamente
ampio che va da 1 a 300 uma (unità di massa atomica). Il che
significa che riescono a rilevare sia un singolo atomo di idrogeno sia
complesse strutture quali le molecole organiche. L'elevata risoluzione
delle misurazioni, inoltre, permette di distinguere tra loro composti con massa
davvero molto simile, per esempio CO da N2 oppure 13C da 12CH, consentendo di
costruire una mappatura davvero accurata e attendibile degli elementi e dei
composti chimici presenti nella chioma della cometa. Per di più una mappatura
realizzata in loco, come non accadeva dai tempi della sonda Giotto allorché, era il 13 marzo 1986, quella storica
sonda transitò a poco meno di 600 chilometri dal nucleo della cometa di Halley.
Ora abbiamo la possibilità di analizzare la chioma di una cometa da una
distanza di pochi chilometri. I dati finora raccolti hanno permesso, anzitutto,
di scoprire come la chioma della cometa, benché si trovi a più di 400 milioni
di chilometri dal Sole, sia sorprendentemente ricca di composti chimici. Il
rapporto tra questi composti all'interno della chioma non è costante, ma varia
in modo piuttosto significativo: considerando, per esempio, il monossido di
carbonio, si passa da regioni in cui è abbondante quanto l'acqua ad altre in
cui il suo rapporto si riduce a solo un decimo. Le quantità rilevate sono
ancora esigue: la produzione di materiale volatile andrà aumentando sempre, più
man mano la cometa si avvicinerà al perielio. Tali rilievi hanno comunque
permesso ai ricercatori di farsi un'idea di quale potrebbe essere l'aroma della
chioma cometaria. Kathrin Altwegg (Università di Berna), Principal
Investigator dell'esperimento ROSINA, descrive così, in una nota stampa diffusa
qualche giorno fa, il possibile effluvio emanato dalla cometa: “Si tratta di un
profumo piuttosto forte, un misto tra l'odore sgradevole di uova marce (acido
solfidrico), quello pungente dello stallatico (ammoniaca) e quello soffocante
della formaldeide, il tutto miscelato con il tocco amarognolo al sapore di
mandorla dell'acido cianidrico. Ora aggiungiamo, in parti uguali, una punta
alcolica (metanolo) e un tocco d'aceto (anidride solforosa) e, per finire, un
pizzico di aroma dolciastro (solfuro di carbonio). Ed ecco realizzato il profumo
della nostra cometa.”. Decisamente poco poetico, insomma, l'olezzo che lascia
dietro di sé la cometa 67P/C-G. Anche se, con le quantità in gioco, per
riuscire a percepirlo bisognerebbe essere dotati di un fiuto da cane da
tartufi. Fortunatamente, poi, tutti quei composti maleodoranti sono
abbondantemente diluiti in quelle che sono le componenti principali della
chioma cometaria: acqua e anidride carbonica (praticamente acqua gassata), integrate
da monossido di carbonio. Al di là del gioco del profumo, la determinazione
accurata della composizione della chioma cometaria potrà permettere di giungere
a stabilire la composizione della cometa stessa. I ricercatori potranno
così indagare sulle differenze tra le comete che, come la 67P/C-G, provengono
dalla Fascia di Kuiper e quelle che, come la Siding Spring, passata di
recente nei pressi di Marte, provengono
invece dalla più distante Nube di Oort. Racchiuse in quelle composizioni ci
potrebbero essere le risposte a molti dubbi riguardanti la primissima infanzia
del nostro Sistema planetario.
Per approfondire:
ROSINA Homepage - Università di Berna
ROSINA Homepage - Università di Berna
(6 novembre
2014)
lunedì 27 luglio 2015
universi paralleli
Gentilissimi,
con un ricordo particolare per Miss Prosciutto di Cavallo, Vi lascio ad un approfondimento, tratto e modificato dalla newsletter Scienzainrete, Si parla di universi paralleli. Nell'articolo originale vi sono numerosi rimandi, non in Bibliografia, ad altri articoli. Se pensate Vi sia utile, cercate l'articolo originale nella news citata. L'articolo è interessante in quanto propone, o ripropone con modifiche, una ipotesi affascinante. Buona lettura! NR
con un ricordo particolare per Miss Prosciutto di Cavallo, Vi lascio ad un approfondimento, tratto e modificato dalla newsletter Scienzainrete, Si parla di universi paralleli. Nell'articolo originale vi sono numerosi rimandi, non in Bibliografia, ad altri articoli. Se pensate Vi sia utile, cercate l'articolo originale nella news citata. L'articolo è interessante in quanto propone, o ripropone con modifiche, una ipotesi affascinante. Buona lettura! NR
ARTICOLO
SCIENZAINRETE:
Se gli universi “paralleli” non sono paralleli Filippo
Bonaventura
Fisica ed. sc., div. scientifica
Esistono
universi paralleli? La domanda è tra le più “grandi” che siano emerse dalla
fisica del XX secolo, e il dibattito è ancora aperto. Il contributo più recente
viene da due fisici australiani, Howard Wiseman e Michael
Hall, e uno statunitense, Dirk-André Deckert, con un articolo pubblicato,
qualche giorno fa, su Physical Review X. I tre autori sostengono
che sembrerebbe non esserci nulla di sbagliato a immaginare che il nostro
universo sia solo uno dei tanti: anzi, in questo modo si potrebbero spiegare
alcune caratteristiche particolarmente “spinose” della fisica dei quanti. La
meccanica quantistica non è solo necessaria per spiegare il comportamento della
natura a livello fondamentale: nella sua versione relativistica è anche la
teoria più comprovata e “di successo” di tutta la fisica. Le equazioni,
insomma, funzionano bene; ma non c’è ancora consenso su come vadano
interpretate. «Dio non gioca a dadi», commentava, per esempio, Albert
Einstein, particolarmente scettico sul ruolo apparentemente
fondamentale della probabilità in meccanica quantistica. Fu proprio nel
dare un’interpretazione alla meccanica quantistica che allontanasse il
“fantasma” delle probabilità che affiorò, per la prima volta nella scienza
moderna, l’idea degli universi paralleli. Nel 1957, infatti, il fisico
americano Hugh Everett III formulò la cosiddetta “interpretazione a molti mondi” della
meccanica quantistica. «La stranezza dell’interpretazione a molti mondi»,
spiega Wiseman, direttore del Centre for Quantum Dynamics, alla Griffith
University, «sta nel postulare che, ogni volta che si compie un’osservazione su
un sistema quantistico in un universo, quell’universo si “dirama” in un certo
numero di altri universi, uno per ogni possibile esito dell’osservazione.». Oggi
l’interpretazione a molti mondi non gode di ampio successo, soprattutto per via
del suo carattere fin troppo “bizzarro”: com’è possibile che un universo si
dirami in più universi? In che modo avverrebbe un fenomeno del genere? Che cosa
si intende esattamente per “osservazione” di un sistema quantistico? Se non
osservassimo sistemi quantistici, l’universo non si diramerebbe? La coscienza umana
ha un ruolo nel moltiplicarsi degli universi? Wiseman, Hall e Deckert hanno
sostanzialmente ideato un approccio alla meccanica quantistica simile a quello
a molti mondi, ma privo di questi scomodi inconvenienti: hanno chiamato questo
approccio “a molti mondi interagenti” (many interacting worlds, o MIV).
Secondo questa visione, ci sarebbero altri universi in numero sterminato,
ma non infinito e soprattutto costante: in questo
modo si elimina il problema della “diramazione”. Ognuno di questi universi è
caratterizzato da una fisica squisitamente classica: non c’è distinzione tra il
comportamento della materia a livello macroscopico e a livello microscopico; in
particolare, non esiste qualcosa come le funzioni d’onda o il principio di
indeterminazione, e le probabilità non sono grandezze fisiche fondamentali:
conoscendo posizione e velocità di ogni particella, si può stabilire, in linea
di principio, l’evoluzione fisica dell’universo in maniera deterministica, come
nella meccanica newtoniana. Secondo il modello di Wiseman e colleghi, la
presenza dei bizzarri fenomeni “quantistici” è dovuta al fatto che i vari
universi non sono perfettamente “paralleli”. Questi infatti interagiscono tra
loro: nello specifico, esiste una sorta di “repulsione” che impedisce loro di
avere la stessa configurazione (ovvero, la stessa posizione e velocità di ogni
particella). L’evoluzione di un sistema quantistico in un universo appare di
natura probabilistica per via della nostra ignoranza su quale sia il
particolare universo in cui il sistema quantistico evolve. I tre scienziati
hanno condotto simulazioni al computer di sistemi quantistici, facendo uso del
loro approccio, scoprendo che, in questo modo, si riesce a riprodurre alcuni
fenomeni eminentemente quantistici come l’effetto
tunnel, l’energia del
vuoto e l’interferenza da doppia fenditura. In altre
parole, questi eventi potrebbero avvenire in universi completamente “classici”,
nell’ipotesi che questi interagiscano con altri universi simili secondo
l’approccio MIV. «La bellezza del nostro approccio», dichiara Wiseman, «è che
se c’è un solo universo la nostra teoria si riduce alla meccanica newtoniana,
mentre se c’è un numero enorme di universi essa riproduce la meccanica
quantistica.». L’approccio MIV non è destinato a rimanere soltanto una
questione accademica. Come annuncia lo stesso Wiseman, attraverso le sue
applicazioni simulative può rivelarsi utile per «modellizzare la dinamica delle
molecole, che è importante per comprendere le reazioni chimiche e l’azione dei
farmaci.». Bill Poirier, professore di chimica alla Texas Tech University,
commenta: «Queste sono grandi idee, non solo a livello concettuale, ma anche
per le scoperte a cui quasi certamente daranno origine tramite le simulazioni.».
Richard Feynman, uno dei più grandi fisici teorici del Novecento, ebbe a
dire: «Nessuno capisce la meccanica quantistica.». Questo perché nessuno riesce
davvero a far propri i concetti più anti-intuitivi di questa teoria: si possono
usare per fare predizioni matematiche, ma capirli davvero è un altro paio di
maniche. Con l’approccio MIV non si è più costretti a capire la meccanica
quantistica, perché essa si ridurrebbe a “semplici” proprietà emergenti
dall’interazione tra i vari universi. Il prezzo da pagare, naturalmente, è
presupporre l’esistenza di un gigantesco numero di universi oltre al nostro.
(7 novembre
2014)
mercoledì 15 luglio 2015
IL K2 E' PIU' BASSO
Gentilissimi,
ecco una notizia interessante. Riguarda la seconda montagna più alta del globo: il mitico K2.
L'articolo, forse non più recentissimo, ma comunque confortante, per lo meno per noi piccolette, è tratto dalla newsletter Le Scienze, solo lievemente modificato, ai fini di una migliore lettura.
Una nonna piccoletta!
ecco una notizia interessante. Riguarda la seconda montagna più alta del globo: il mitico K2.
L'articolo, forse non più recentissimo, ma comunque confortante, per lo meno per noi piccolette, è tratto dalla newsletter Le Scienze, solo lievemente modificato, ai fini di una migliore lettura.
Una nonna piccoletta!
scienze
della terra
EvK2CNR: Il K2 è
alto due metri in meno
Comunicato stampa - I dati della misurazione più precisa mai effettuata
Bergamo, 16 ottobre 2014 - 8609,022 metri:
è questa l’altezza del K2. Due metri in meno della quota ufficiale, 8611 metri,
riportata sulle carte, su web e nei libri, ed effettuata, nel 1859, dal
colonnello Montgomerie, del Survey of India. La nuova misurazione, effettuata
nell’ambito della spedizione “K2 60 years later”, supportata da EvK2CNR,
coinvolgendo ricercatori e alpinisti pakistani e italiani, è la più precisa mai
effettuata. La misurazioni sono state effettuate anche ai campi della via,
lungo lo Sperone Abruzzi, dal campo base a campo 4, l’ultimo, situato sulla
spalla della montagna. Per rilevare i dati sono stati utilizzati GPS (Global
Positioning System) di altissima precisione. Il Gps LEICA Viva GS14, portato
lungo la salita fino alla vetta dall’alpinista pakistano Rehmat Ullah Baig, ha
registrato dati dalla cima del K2 per più di venti minuti. Il ricevitore ha
seguito i satelliti disponibili di GPS e GLONASS e utilizzato i loro segnali
per l’ottenimento dell’esatta latitudine, longitudine e altitudine di ogni
singolo punto, con 1 Hz di frequenza di campionamento. Altri due GPS, situati a
Skardu e al Gilkey Memorial a quote e coordinate geodetiche note, hanno fatto
da stazioni di riferimento, permettendo di elaborare i dati del GPS di vetta
con precisione al decimetro, ed eliminando eventuali imprecisioni legate a
fenomeni atmosferici e ionosferici. Il progetto di ricerca è stato
realizzato da EvK2CNR, sotto la direzione del Professor Giorgio Poretti, in
collaborazione con l’Università di Trieste e dei ricercatori della Karakorum
International University, della Azad Jammu and Kashmir University e della
Poonch University. Di grande interesse anche i dati delle quote dei campi lungo
la via dello Sperone Abruzzi, allestiti nelle medesime posizioni,
sostanzialmente obbligate, da molti anni. Il campo base avanzato, dove inizia
lo Sperone Abruzzi, si trova a 5273 m. 7747 m è la quota di campo 4, l’ultimo,
da dove gli alpinisti partono per il tentativo di vetta. Queste le quote dei
restanti campi: Campo I 6060 m; Campo II 6654 m; Campo III 7330 m.
Il Campo base è a 4963 m, alla vetta ne mancano 3646. “Già nel 1996, EvK2CNR,
in collaborazione con il Survey of Pakistan”, dichiara il professor Poretti,
“ha calcolato la quota della montagna, rilevando un’altezza, aggiornata alla
quota geoide utilizzata nel 2014, di 8610,34 metri. Oggi però possiamo
affermare, con ragionevole certezza, che la misura esatta della montagna degli
italiani è 8609,022 metri.”.
(16 ottobre 2014)
martedì 7 luglio 2015
esperimento di Miller al computer
Gentilissimi,
già in altre occasioni abbiamo parlato delle varie ipotesi sulla origine della vita. Ecco un ulteriore approfondimento sul celeberrimo esperimento di Miller-Oparin.
Grazie all'elaborazione al computer è stato possibile confermare le conclusioni dell'esperimento. L'articolo è stato tratto dalla newsletter Scienzainrete, lievemente modificato per una migliore lettura.
già in altre occasioni abbiamo parlato delle varie ipotesi sulla origine della vita. Ecco un ulteriore approfondimento sul celeberrimo esperimento di Miller-Oparin.
Grazie all'elaborazione al computer è stato possibile confermare le conclusioni dell'esperimento. L'articolo è stato tratto dalla newsletter Scienzainrete, lievemente modificato per una migliore lettura.
Riprodotti al computer i
‘mattoni della vita’
Come è
avvenuto il passaggio dall’inorganico all’organico? Come, in sostanza, ha avuto
origine la vita? Un importante passo in avanti, nelle nostre conoscenze, è
stato compiuto grazie a due fisici di Messina, Franz Saija, ricercatore
dell’Istituto per i processi chimico-fisici, del Consiglio nazionale delle
ricerche di Messina (Ipcf-Cnr), e Antonino Marco Saitta, professore di Fisica
all’Università Pierre e Marie Curie, che, per la prima volta, hanno riprodotto
al computer il celebre esperimento di Stanley Miller, con il quale, nel 1953,
si dimostrò, in laboratorio, la possibilità di formare spontaneamente gli
aminoacidi, le molecole base della vita, sottoponendo a intense scariche
elettriche le semplici molecole inorganiche presenti nel brodo primordiale,
così come ipotizzato, già nel 1871, da Charles Darwin. Trattando le interazioni
dei singoli atomi a livello quantistico, i due ricercatori sono riusciti ad
individuare i meccanismi coinvolti in queste reazioni chimiche su scala atomica
e a determinare le condizioni necessarie per la sintesi degli aminoacidi.
“Abbiamo simulato al computer il comportamento di una miscela di molecole
semplici (acqua, ammoniaca, metano, monossido di carbonio, azoto),
sottoponendola a intensi campi elettrici”, spiega Saija. “L’effetto di tali
scariche elettriche, dell’ordine dei 50 MV/cm, ha determinato la trasformazione
delle molecole del sistema iniziale in altre via via più complesse, fino alla
comparsa della glicina, l’aminoacido più semplice in natura, considerato il
‘mattone fondamentale’ per costruire peptidi e proteine.”. Tali intense
scariche elettriche simulano l’azione dei fulmini, presenti nell’ambiente
terrestre primordiale. Gli autori di questo lavoro, pubblicato, questa
settimana, sulla rivista dell’Accademia delle scienze americana ‘Pnas’, hanno
dimostrato, mediante tecniche avanzate di simulazione numerica, che queste
reazioni avvengono attraverso stadi di reazione più complessi di quanto
supposto in precedenza, individuando il campo elettrico come sorgente di
energia fondamentale nell’innescare la formazione degli amminoacidi e
identificando gli acidi formico e cianidrico e la formammide come prodotti
intermedi ‘chiave’ per la sintesi degli aminoacidi e, quindi, dei precursori del
dna e degli acidi metabolici. “La portata di questo studio si spinge al di là
degli esperimenti di Miller”, prosegue il ricercatore dell’Ipcf-Cnr, “poiché
campi elettrici estremamente intensi, anche se molto localizzati, sono presenti,
in natura, sulla superficie dei minerali che si trovano nelle profondità della
Terra. Questo risultato pionieristico suggerisce dunque la necessità di
esplorare a fondo il ruolo di tali campi: sia per comprendere i meccanismi
chimici che hanno portato allo sviluppo di molecole biologiche sempre più
complesse, sia per sfruttare le enormi opportunità che questo tipo di
simulazioni numeriche quantistiche possono aprire in molti ambiti scientifici, dall’elettrochimica
alla neurobiochimica.”. “L’attività da cui nasce questo articolo si inquadra
nello studio dei sistemi macromolecolari, polimeri e fluidi complessi, condotto
tramite metodi di simulazione numerica all’Istituto per i processi
chimico-fisici afferente al Dipartimento Scienze chimiche e tecnologie della
materia del Cnr”, sottolinea il direttore, Cirino Salvatore Vasi. “Da questa
ricerca è stato possibile chiarire alcuni meccanismi fondamentali alla base
delle reazioni chimiche prebiotiche, che aprono nuove frontiere per lo studio
dell’origine della vita e per applicazioni nell’ambito delle biotecnologie.”.
Ufficio Stampa CNR
(9 settembre
2014)
sabato 4 luglio 2015
coleottero bianco
Gentilissimi,
dopo mesi di assenza, per motivi di salute, la vostra nonna ritorna più in forma che prima. Almeno speriamo che la salute non mi manchi, come ogni tanto accade.
Per evitare, ancora, malori dovuti al caldo, mi sono attrezzata con un ottimo ventilatore, con granite alla melissa, acqua a volontà e abiti bianchi. In proposito Vi lascio un interessante articolo, tratto e lievemente modificato, dalla newsletter SCIENZAINRETE.
Vi si trovano articoli scientifici e notizie curiose. Penso sia possibile ancora il download di un libro sul metodo Stamina, metodo NON scientifico, di cui, mi pare, abbiamo già avuto modo di parlare.
dopo mesi di assenza, per motivi di salute, la vostra nonna ritorna più in forma che prima. Almeno speriamo che la salute non mi manchi, come ogni tanto accade.
Per evitare, ancora, malori dovuti al caldo, mi sono attrezzata con un ottimo ventilatore, con granite alla melissa, acqua a volontà e abiti bianchi. In proposito Vi lascio un interessante articolo, tratto e lievemente modificato, dalla newsletter SCIENZAINRETE.
Vi si trovano articoli scientifici e notizie curiose. Penso sia possibile ancora il download di un libro sul metodo Stamina, metodo NON scientifico, di cui, mi pare, abbiamo già avuto modo di parlare.
Il bianco più bianco? È di un
coleottero
Scoperte le ragioni fisiche del bianco, incredibilmente intenso e brillante,
delle scaglie di rivestimento di alcune specie di coleotteri. Il Cyphochilus,
un parente asiatico del comune ‘maggiolino’, ha infatti una proprietà che non
passa inosservata: il corpo è rivestito da uno strato di microscopiche scaglie
di un bianco estremamente intenso, al pari di un foglio di carta o di uno
strato di vernice, che presentano uno spessore oltre dieci volte maggiore. Questa
particolare proprietà è stata oggetto di studio da parte di un gruppo di
ricercatori dell’Istituto nazionale di ottica del Consiglio nazionale delle
ricerche (Ino-Cnr), del Laboratorio europeo di spettroscopia non lineare Lens,
dell’Università degli studi di Firenze, e dell’Università di Cambridge, che
sono riusciti a spiegare le strategie adottate per ottenere questo sorprendente
risultato, delineando le prospettive per una nuova generazione di materiali e
vernici più efficienti e a minor impatto ambientale. I risultati sono stati
pubblicati su 'Scientific Reports'. “Il coleottero deve risolvere un duplice
problema: da un lato essere leggero, per poter volare, e dall’altro apparire di
un colore bianco brillante, per mimetizzarsi tra i funghi in cui vive”, spiega
Matteo Burresi, ricercatore Ino-Cnr, responsabile del gruppo di ricerca.
“Questo è possibile grazie alla struttura interna di queste scaglie, che è
stata opportunamente ottimizzata da milioni di anni di evoluzione. Tale
struttura è composta da una rete disordinata di filamenti, il cui diametro è di
poche centinaia di nanometri, ovvero quasi mille volte più sottili di un
capello.”. “Il risultato è ancora più sorprendente”, aggiunge Silvia Vignolini,
ricercatore dell’Università di Cambridge, “se si pensa che questi coleotteri
riescono a ottenere questo grado di bianchezza con un materiale, la chitina,
che, in genere, non è in grado di influenzare sensibilmente la propagazione
della luce. Con le attuali tecnologie non siamo in grado di produrre un
materiale altrettanto bianco in uno spessore così ridotto.”. “I risultati di
questa ricerca”, conclude Diederik Wiersma, professore ordinario di fisica della
materia presso l'Università di Firenze, “da una parte suggeriscono interessanti
strategie con cui progettare nuovi materiali per diffondere più efficacemente
la luce, dall’altra dimostrano che non è necessario impiegare materiali
che interagiscono fortemente con essa, come quelli attualmente impiegati, ad
esempio, nell’industria delle vernici, per ottenere rivestimenti altamente
coprenti.”.
Ufficio Stampa CNR
(3 settembre 2014)
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