Gentilissimi 2 A e 3 A, la rivista Le Scienze ha messo a disposizione, per un periodo limitato di tempo, in formato pdf, un articolo sulle orme di Laetoli. Non appena potete, scaricatene una (e una sola) copia. Leggetelo: è veramente molto interessante. Ecco il link di riferimento:
Orme di Laetoli
NR
domenica 10 marzo 2013
sms e fumo
Gentilissimi, è possibile smettere di fumare ricevendo messaggini telefonici? Ecco, modificato solo lievemente, un articolo tratto dalla newsletter Le Scienze in cui si parla di questa possibilità. NR
dipendenze tecnologia comportamento politiche
sanitarie
Centro Cochrane:
Sms per smettere di fumare
Comunicato stampa - Secondo i risultati di una nuova revisione
Cochrane, i messaggi di testo e video tramite cellulare possono essere utili
per smettere di fumare. Gli autori della revisione hanno infatti trovato che le
persone che ricevevano messaggi motivazionali e consigli sul cellulare avevano
più probabilità di stare lontano dalle sigarette in un periodo di sei mesi.
I messaggi di testo, i comuni sms, vengono
già utilizzati dai servizi sanitari di alcuni Paesi per inviare promemoria di
appuntamenti e incoraggiare le persone ad aderire a programmi di trattamento. I
telefoni cellulari possono offrire una soluzione a basso costo per fornire un
servizio di disassuefazione dal fumo. Tuttavia, questo approccio non era stato
studiato a fondo finora: una precedente revisione sistematica Cochrane,
pubblicata nel 2009, aveva individuato solo due studi che valutavano programmi
per smettere di fumare attraverso messaggi per cellulare e non avevano rilevato
un miglioramento a lungo termine dei tassi di abbandono del fumo. Questa nuova
revisione integra i dati precedenti con altri tre studi e arriva a conclusioni
differenti. In totale, i ricercatori hanno analizzato i risultati di cinque
studi su oltre 9.000 persone che cercavano di smettere di fumare. Le persone
coinvolte negli studi nel gruppo di intervento ricevevano, più volte al giorno,
messaggi motivazionali e consigli per smettere di fumare. Alcuni studi
prevedevano anche interventi interattivi, per esempio la partecipazione a
votazioni/sondaggi, e l’invio di messaggi su richiesta per sconfiggere il
desiderio impellente di fumare. In uno studio, ai partecipanti sono stati inviati
collegamenti a brevi video che rappresentavano strategie da mettere in atto per
smettere di fumare. I soggetti nei gruppi di controllo ricevevano messaggi di
testo meno frequentemente, oppure ricevevano informazioni on-line o di supporto
per telefono. Pur con alcune differenze tra i risultati degli studi, i più
recenti hanno dimostrato, a distanza di sei mesi, grandi miglioramenti nei
tassi di abbandono del fumo. Nel complesso, i ricercatori hanno stimato che
questi programmi via sms potrebbero quasi raddoppiare la probabilità di
smettere di fumare, passando dal 4-5% nei gruppi di controllo al 6-10% nei
gruppi di intervento. "I programmi che utilizzano la telefonia mobile
sembrano essere una utile opzione da offrire a coloro che vogliono smettere di
fumare", commenta Robyn Whittaker, del National Institute for Health
Innovation, presso l'Università di Auckland, in Nuova Zelanda. "I
dati dello studio più grande considerato nella nostra revisione, che ha
coinvolto 5.800 persone nel Regno Unito, possono considerarsi definitivi. Per
lo meno dimostrano l'efficacia di questo tipo di intervento in un paese
sviluppato e con una buona politica di controllo dell’uso del tabacco. Certo
non si può affermare che tutti i messaggi di testo siano efficaci in qualsiasi
contesto.". Al momento non esiste valutazione relativa al rapporto
costo-efficacia dei servizi di disassuefazione dal fumo forniti via sms, anche
se sono, probabilmente, più economici di altri interventi. "Se, come
sembra dalla nostra revisione, siamo in grado di aiutare più persone a smettere
di fumare, a costi inferiori rispetto ad altri interventi di sostegno
telefonico”, sostiene Whittaker, autore della revisione, “si può affermare che
l’uso della telefonia mobile sia costo-efficace.". Attualmente sono in corso
altri sette studi a lungo termine che forniranno ulteriori prove
sull’argomento. Nessuno di questi studi valuta specificatamente gli smartphone:
gli autori di questa revisione incoraggiano i ricercatori ad orientare la
prossima ricerca su queste nuove tecnologie, attualmente molto diffuse e dalle
potenzialità molto maggiori.
(14 novembre 2012)
sabato 9 marzo 2013
memoria nei neonati
Gentilissimi 3 A, ecco un ulteriore approfondimento, tratto e modificato dalla newsletter Le Scienze, relativo alla memoria.
memoria linguaggio neuroscienze
Il cervello si
attiva alla nascita per ricordare le parole
L’ascolto di parole o sillabe già udite mobilita l’attivazione di
specifiche aree cerebrali frontali. I neonati, però, riconoscono e memorizzano
le parole basandosi in primo luogo sulle vocali, mentre le consonanti,
all’inizio, vengono ignorate (red)
Già alla nascita, nel cervello del neonato
sono attivi sistemi fondamentali della memoria uditiva, che coinvolgono anche
le aree frontali, mettendolo in grado di memorizzare, per alcuni minuti,
informazioni specificamente relative al parlato. A dimostrarlo stata una
ricerca, condotta presso il Laboratorio di linguaggio, cognizione e
sviluppo della SISSA, di Trieste, diretto da Jacques Mehler, e descritta in un
articolo, a prima firma Silvia Benavides-Varela, pubblicato
sui “Proceedings of the National Accademy of Sciences”. I ricercatori hanno monitorato, con la metodologia della topografia ottica, l’attività
cerebrale di 44 neonati, due minuti dopo che i bambini avevano ascoltato delle
parole (in realtà, sequenze di sillabe senza senso, ma con una struttura simile
alle parole). La topografia ottica è una tecnica di visualizzazione non
invasiva dell’attività cerebrale, basata sulla spettroscopia fNIRS (functional near-infrared spectroscopy) in cui
l’attività cerebrale è misurata sulla base della risposta emodinamica
all’attività cerebrale, rilevata attraverso le variazioni nell’infrarosso
vicino, rispetto al quale tessuti cerebrali e ossa sono parzialmente
trasparenti.
Le aree cerebrali monitorate nello studio (Cortes. Silvia
Benavides-Varela et al./ PNAS)
Nella prima parte dell’esperimento ai
neonati veniva fatta ascoltare una serie di parole che facevano da riferimento,
rispetto a una seconda serie di vocaboli, che potevano essere foneticamente
simili o dissimili, fatti ascoltare in un secondo momento. Durante la seconda
fase dell’esperimento, Benavides-Varela e colleghi hanno potuto osservare che,
quando i piccoli ascoltavano sillabe udite in precedenza, entravano in funzione
sistemi cerebrali che interessano aree della regione frontale destra: le stesse
che, negli adulti, vengono reclutate durante il recupero delle
informazioni. Il fenomeno non si manifestava, invece, se le sillabe udite
erano nuove. I risultati hanno inoltre dimostrato che le capacità del
neonato di discriminare fra i suoni uditi, già evidenziate da studi precedenti,
non si traducono in una memorizzazione dettagliata di tutti i segmenti di
una parola: se le parole avevano vocali diverse ma le stesse consonanti, le
tracce di attività nei circuiti di elaborazione della memoria del parlato erano
assenti. I neonati memorizzano dunque principalmente le informazioni relative
alle vocali, contraddicendo un’ipotesi diffusa fra gli psicologi, secondo cui
essi non avrebbero “preferenze” fra vocali e consonanti. “Gli esperimenti
ci mostrano principalmente due cose: in primo luogo, nei neonati l’informazione
veicolata dalle vocali sembra più facile da riconoscere di quelle delle
consonanti”, ha spiegato Marina Nespor, che ha partecipato alla ricerca. “La
seconda osservazione importante è che, a quanto pare, le aree frontali
potrebbero essere implicate nel riconoscimento delle sequenze parlate già dai
primissimi stadi dello sviluppo.”.
(16 ottobre 2012)
L'anello di re Salomone
Gentilissimi, eccoVi un link interessante. Sono citazioni tratte dal famoso libro di etologia "L'anello di re Salomone". Se riuscite a procurarVelo, acquistatene una copia. Si può leggere "a pizzichi". Scegliete un racconto dal titolo interessante ed iniziate da quello.
Ecco il link:
citazioni
Ecco i capitoli del libro:
Ecco il link:
citazioni
Ecco i capitoli del libro:
- Quando gli animali combinano guai
- Una cosa che non fa danni: l'acquario
- Due predatori nell'acquario
- Sangue di pesce
- Le mie perenni compagne
- L'anello di Re Salomone
- L'ochetta Martina
- Non comprate fringuelli!
- Pietà per gli animali
- Armi e morale
- La fedeltà non è un miraggio
- Quando gli animali ci fanno ridere
- Costumi dei cani
- Consigli per la scelta di un cane
- Gatto falso, cane bugiardo
- Pace domestica
- L'animale con la coscienza
- Canicola
In realtà, dal capitolo "Costumi dei cani" in poi, si tratta di un altro breve testo, dal titolo "Storie di cani". Personalmente, ho preferito "La fedeltà non è un miraggio" e "Quando gli animali ci fanno ridere".
I capitoli più celebri sono "L'ochetta Martina", "Le mie perenni compagne" e "Armi e morale".
Ecco una tra le maggiormente note fotografie che ritraggono Lorenz e le sue ochette:
Nonna Rosa
venerdì 8 marzo 2013
la Città della Scienza di Napoli
Gentilissimi, avrete senza dubbio ricevuto notizia dell'incendio che ha colpito la Città della Scienza di Napoli. Di solito non ci occupiamo direttamente di queste notizie. Da vecchia nonna, mi sembra, tuttavia, corretto riportare l'invito del presidente dell'Associazione Nazionale Musei
Scientifici:
Gentilissimi Soci,
il rogo che ha distrutto Città della Scienza ha inflitto una profonda ferita
alla comunità scientifica e museale e sconvolto tutti noi, ma la ferma
volontà di ricostruzione e il contributo di quanti hanno ammirato e credono
fermamente in quel felice progetto culturale la faranno risorgere.
L'ANMS, di concerto con ICoM ed altre associazioni museali, si sta
adoperando con varie iniziative a sostegno di Città della Scienza.
Intanto la Fondazione Idis Città della Scienza ha attivato un conto corrente
per raccogliere fondi destinati alla ricostruzione: IBAN
IT41X0101003497100000003256 causale: Ricostruire Città della Scienza .
Mi auguro che tutti i nostri Soci vogliano dare massima diffusione
all'iniziativa di raccolta fondi e pubblichino questa informazione sui loro
siti, avviandola altresì ai loro canali di diffusione di notizie.
Con i più cordiali saluti,
Il Presidente
Fausto Barbagli
Noi siamo solo nonne e alunni. Non possiamo fare molto. Possiamo solo
educarci al maggio rispetto possibile per la cultura. Possiamo solo dedicare
maggior impegno nello studio. Forse è poco. Forse no!
Una nonna dispiaciuta! Nonna Rosa
giovedì 7 marzo 2013
tre scienziati
Gentilissimi, Vi lascio un compito e tre link. Il compito è molto semplice: quale "argomento", scientifico, ovviamente, accomuna questi tre scienziati?
Joseph Murray
Murray
Peter Medawar
Medawar
Alexis Carrell
Carrel
Se trovate ulteriori informazioni, accurate, potreste pure modificare e aggiornare la stessa Wikipedia.
Inviate le Vostre risposte come commento. La soluzione è molto facile. Nonna Rosa
Joseph Murray
Murray
Peter Medawar
Medawar
Alexis Carrell
Carrel
Se trovate ulteriori informazioni, accurate, potreste pure modificare e aggiornare la stessa Wikipedia.
Inviate le Vostre risposte come commento. La soluzione è molto facile. Nonna Rosa
lunedì 4 marzo 2013
Pirandello - uno
Gentilissimi, una nonna un poco più giovane di me (un poco?), mi ha chiesto un post con novelle di Pirandello. Al solito, alle mie lamentele, pertinentemente espresse, ha fatto seguito un: "Altrimenti come facciamo?". E allora? Risolviamo il tutto, o cerchiamo di farlo per bene. NR, o, per le amiche di un tempo, Cacciagalli (quando ancora si poteva).
Ecco di seguito la prima novella:
Luigi Pirandello
Ciàula scopre la luna
I picconieri, quella sera, volevano smettere di lavorare senza aver finito d’estrarre le tante casse di zolfo che
bisognavano il giorno appresso a caricar la calcara. Cacciagallina, il soprastante, s’affierò contr’essi, con la rivoltella in pugno, davanti la buca della Cace, per impedire che ne uscissero.
«Corpo di… sangue di… indietro tutti, giú tutti di nuovo alle cave, a buttar sangue fi no all’alba, o faccio fuoco!»
«Bum!» fece uno dal fondo della buca. «Bum!» echeggiarono parecchi altri; e con risa e bestemmie e urli di scherno fecero impeto, e chi dando una gomitata, chi una spallata, passarono tutti, meno uno. Chi? Zi’ Scarda, si sa, quel povero cieco d’un occhio, sul quale Cacciagallina poteva far bene il gradasso. Gesú,
che spavento! Gli si scagliò addosso, che neanche un leone; lo agguantò per il petto e, quasi avesse in pugno anche gli altri, gli urlò in faccia, scrollandolo furiosamente:
«Indietro tutti, vi dico, canaglia! Giú tutti alle cave, o faccio un macello!»
Zi’ Scarda si lasciò scrollare pacifi camente.
Doveva pur prendersi uno sfogo, quel povero galantuomo, ed era naturale se lo prendesse su lui che, vecchio com’era, poteva offrirglielo senza ribellarsi. Del resto, aveva anche lui, a sua volta, sotto di sé
qualcuno più debole, sul quale rifarsi piú tardi: Ciàula, il suo caruso.
Quegli altri… eccoli là, s’allontanavano giú per la stradetta che conduceva a Comitini; ridevano e gridavano:
«Ecco, sí! tienti forte codesto, cacciagallí! Te lo riempirà lui il calcherone per domani!»
«Gioventú!» sospirò con uno squallido sorriso d’indulgenza zi’ Scarda a Cacciagallina.
E, ancora agguantato per il petto, piegò la testa da un lato, stiracchiò del pianto, zi’ Scarda, quando, quattr’anni addietro gli era morto l’unico fi gliuolo, per lo scoppio d’una mina, lasciandogli sette orfanelli e la nuora da mantenere. Tuttora gliene veniva giú qualcuna più salata delle altre; ed egli la riconosceva subito: scoteva il capo, allora, e mormorava un nome:
«Calicchio…»
In considerazione di Calicchio morto, e anche dell’occhio perduto per lo scoppio della stessa mina lo tenevano ancora lí a lavorare. Lavorava piú e meglio di un giovane; ma ogni sabato sera, la paga gli era data, e per dir la verità lui stesso se la prendeva, come una carità che gli facessero: tanto che, intascandola, diceva
sottovoce, quasi con vergogna:
«Dio gliene renda merito.»
Perché, di regola, doveva presumersi che uno della sua età non poteva più lavorar bene.
Quando Cacciagallina alla fi ne lo lasciò per correre dietro agli altri e indurre con le buone maniere qualcuno a far nottata, zi’ Scarda lo pregò di mandare almeno a casa uno di quelli che ritornavano al paese, ad avvertire che egli rimaneva alla zolfara e che perciò non lo aspettassero e non stessero in pensiero per lui; poi
si volse attorno a chiamare il suo caruso, che aveva piú di trent’anni (e poteva averne anche sette o settanta, scemo com’era); e lo chiamò col verso con cui si chiamano le cornacchie ammaestrate:
«Te’, pa’! te’, pa’!»
Ciàula stava a rivestirsi per ritornare al paese. Rivestirsi per Ciàula significava togliersi prima di tutto la camicia, o quella che un tempo era stata forse una camicia: l’unico indumento che, per modo di dire, lo coprisse durante il lavoro. Toltasi la camicia, indossava sul torace nudo, in cui si potevano contare a una a una tutte le costole, un panciotto bello largo e lungo, avuto in elemosina, che doveva essere stato un tempo elegantissimo e sopraffi no (ora il luridume vi aveva fatto una tal roccia, che a posarlo per terra stava
ritto). Con somma cura Ciàula ne affibbiava i sei bottoni, tre dei quali ciondolavano, e poi se lo mirava
addosso, passandoci sopra le mani, perché veramente ancora lo stimava superiore a’ suoi meriti: una galanteria. Le gambe nude, misere e sbilenche, durante quell’ammirazione, gli si accapponavano,
illividite dal freddo. Se qualcuno dei compagni gli dava uno spintone e gli allungava un calcio, gridandogli: «Quanto sei bello!» egli apriva fino alle orecchie ad ansa la bocca sdentata a un riso di soddisfazione, poi infi lava i calzoni, che avevano più d’una finestra aperta sulle natiche e sui ginocchi; s’avvolgeva in un cappottello d’albagio tutto rappezzato, e, scalzo, imitando meravigliosamente a ogni passo il verso della cornacchia
– cràh! cràh!– (per cui lo avevano soprannominato Ciàula), s’avviava al paese.
«Cràh! Cràh», rispose anche quella sera al richiamo del suo padrone; e gli si presentò tutto nudo, con la sola galanteria di quel panciotto debitamente abbottonato.
«Va’, va’ a rispogliarti,» gli disse zi’ Scarda.
«Rimettiti il sacco e la camicia. Oggi per noi il Signore non fa notte.»
Ciàula non fi atò; restò un pezzo a guardarlo a bocca aperta, con occhi da ebete; poi si poggiò le mani su le reni e, raggrinzando in su il naso, per lo spasimo, si stirò e disse:
«Gna bonu!» (Va bene). E andò a levarsi il panciotto.
Se non fosse stato per la stanchezza e per il bisogno del sonno, lavorare anche di notte non sarebbe stato niente, perché, laggiú, tanto, era sempre notte lo stesso. Ma questo per zi’ Scarda. i carusi si infi lavano sulla
testa per appoggiarvi sopra il loro carico di zolfo.
Per Ciàula, no. Ciàula, con la lumierina a olio nella rimboccatura del sacco su la fronte, e schiacciata la nuca sotto il carico, andava su e giú per la lubrica scala sotterranea, erta, a scalini rotti, e su, su, affi evolendo a mano a mano, col fiato mòzzo, quel suo crocchiare a ogni scalino, quasi in un gemito di strozzato, rivedeva a ogni salita la luce del sole. Dapprima ne rimaneva abbagliato; poi col respiro che traeva nel liberarsi dal carico, gli aspetti noti delle cose circostanti gli balzavano davanti; restava, ancora ansimante, a guardarli un poco e, senza che n’avesse chiara coscienza, se ne sentiva confortare.
Cosa strana; della tenebra fangosa delle profonde caverne, ove dietro ogni svolto stava in agguato la morte, Ciàula non aveva paura; né paura delle ombre mostruose, che qualche lanterna suscitava a sbalzi lungo le gallerie, né del subito guizzare di qualche riflesso rossastro qua e là in una pozza, in uno stagno d’acqua
sulfurea: sapeva sempre dov’era; toccava con la mano in cerca di sostegno le viscere della montagna: e ci stava cieco e sicuro come dentro il suo alvo materno.
Aveva paura, invece, del buio vano della notte. Conosceva quello del giorno, laggiú, intramezzato da sospiri di luce, di là dall’imbuto della scala, per cui saliva tante volte al giorno, con quel suo specioso arrangolío di cornacchia strozzata. Ma il buio della notte non lo conosceva.
Ogni sera, terminato il lavoro, ritornava al paese con zi’ Scarda; e là, appena fi nito d’ingozzare i resti della minestra, si buttava a dormire sul saccone di paglia per terra, come un cane; e invano i ragazzi, quei sette nipoti orfani del suo padrone, lo pestavano per tenerlo desto e ridere della sua sciocchezza; cadeva subito in un sonno di piombo, dal quale, ogni mattina, alla punta dell’alba, soleva riscuoterlo un noto piede.
La paura che egli aveva del buio della notte gli proveniva da quella volta che il figlio di zi’ Scarda, già suo padrone, aveva avuto il ventre e il petto squarciati dallo scoppio della mina, e zi’ Scarda stesso era stato preso in un occhio.
Giú, nei varii posti a zolfo, si stava per levar mano, essendo già sera, quando s’era sentito il rimbombo tremendo di quella mina scoppiata. Tutti i picconieri e i carusi erano accorsi sul luogo dello scoppio; egli solo, Ciàula, atterrito, era scappato a ripararsi in un antro noto soltanto a lui.
Nella furia di cacciarsi là, gli s’era infranta contro la roccia la lumierina di terracotta, e quando alla fi ne, dopo un tempo che non aveva potuto calcolare, era uscito dall’antro nel silenzio delle caverne tenebrose e deserte, aveva stentato a trovare a tentoni la galleria che lo conducesse alla scala; ma pure non aveva avuto paura. La paura lo aveva assalito, invece, nell’uscir dalla buca nella notte nera, vana.
S’era messo a tremare, sperduto, con un brivido per ogni vago alito indistinto nel silenzio arcano che riempiva la sterminata vacuità, ove un brulichío infinito di stelle fitte, piccolissime, non riusciva a diffondere alcuna luce.
Il bujo, ove doveva esser lume, la solitudine delle cose che restavan lí con un loro aspetto cangiato e quasi
irriconoscibile, quando piú nessuno le vedeva, gli avevano messo in tale subbuglio l’anima smarrita, che Ciàula s’era all’improvviso lanciato in una corsa pazza, come se qualcuno lo avesse inseguito.
Ora, ritornato giú nella buca con zi’ Scarda, mentre stava ad aspettare che il carico fosse pronto, egli sentiva a mano a mano crescersi lo sgomento per quel bujo che avrebbe trovato, sbucando dalla zolfara.
E piú per quello, che per questo delle gallerie e della scala, rigovernava attentamente la lumierina di terracotta.
Giungevano da lontano gli stridori e i tonfi cadenzati della pompa, che non posava mai, né giorno né notte. E nella cadenza di quegli stridori e di quei tonfi s’intercalava il ruglio sordo di zi’ Scarda, come se il vecchio si facesse ajutare a muovere le braccia dalla forza della macchina lontana.
Alla fine il carico fu pronto, e zi’ Scarda ajutò Ciàula a disporlo e rammontarlo sul sacco attorto dietro la nuca. A mano a mano che zi’ Scarda caricava, Ciàula sentiva piegarsi, sotto, le gambe. Una, a un certo punto, prese a tremargli convulsamente cosí forte che, temendo di non piú reggere al peso, con quel tremitío,
Ciàula gridò:
«Basta! Basta!»
«Che basta, carogna!» gli rispose zi’ Scarda.
E seguitò a caricare.
Per un momento la paura del bujo della notte fu vinta dalla costernazione che, cosí caricato, e con la stanchezza che si sentiva addosso, forse non avrebbe potuto arrampicarsi fin lassú.
Aveva lavorato senza pietà per tutto il giorno. Non aveva mai pensato Ciàula che si potesse aver pietà del suo corpo, e non ci pensava neppur ora; ma sentiva che, proprio, non ne poteva piú.
Si mosse sotto il carico enorme, che richiedeva anche uno sforzo d’equilibrio. Sí, ecco, sí, poteva muoversi, almeno finché andava in piano. Ma come sollevar quel peso, quando sarebbe cominciata la salita? Per fortuna, quando la salita cominciò, Ciàula fu ripreso dalla paura del bujo della notte, a cui tra poco si sarebbe affacciato.
Attraversando le gallerie, quella sera, non gli era venuto il solito verso della cornacchia, ma un gemito raschiato, protratto. Ora, su per la scala, anche questo gemito gli venne meno, arrestato dallo sgomento
del silenzio nero che avrebbe trovato nella impalpabile vacuità di fuori.
La scala era cosí erta, che Ciàula, con la testa protesa e schiacciata sotto il carico, pervenuto all’ultima svoltata, per quanto spingesse gli occhi a guardare in su, non poteva veder la buca che vaneggiava in
alto.
Curvo, quasi toccando con la fronte lo scalino che gli stava sopra, e su la cui lubricità la lumierina vacillante rifletteva appena un fioco lume sanguigno, egli veniva su, su, su, dal ventre della montagna, senza piacere, anzi pauroso della prossima liberazione. E non vedeva ancora la buca, che lassú lassú si apriva come un
occhio chiaro, d’una deliziosa chiarità d’argento.
Se ne accorse solo quando fu agli ultimi scalini. Dapprima, quantunque gli paresse strano, pensò che fossero gli estremi barlumi del giorno. Ma la chiaría cresceva, cresceva sempre piú, come se il sole, che egli aveva pur visto tramontare, fosse rispuntato.
Possibile?
Restò – appena sbucato all’aperto – sbalordito. Il carico gli cadde dalle spalle. Sollevò un poco le braccia; aprí le mani nere in quella chiarità d’argento.
Grande, placida, come in un fresco, luminoso oceano di silenzio, gli stava di faccia la Luna.
Sí, egli sapeva, sapeva che cos’era; ma come tante cose si sanno, a cui non si è data mai importanza. E che poteva importare a Ciàula, che in cielo ci fosse la Luna?
Ora, ora soltanto, così sbucato, di notte, dal ventre della terra, egli la scopriva.
Estatico, cadde a sedere sul suo carico, davanti alla buca. Eccola, eccola, eccola là, la Luna… C’era la Luna! La Luna!
E Ciàula si mise a piangere, senza saperlo, senza volerlo, dal gran conforto, dalla grande dolcezza che sentiva, nell’averla scoperta, là, mentr’ella saliva pel cielo, la Luna, col suo ampio velo di luce, ignara dei monti, dei piani, delle valli che rischiarava, ignara di lui, che pure per lei non aveva piú paura, né si sentiva piú
stanco, nella notte ora piena del suo stupore.
(da Novelle per un anno, vol. I, Mondadori, Milano 1956)
Ecco di seguito la prima novella:
Luigi Pirandello
Ciàula scopre la luna
I picconieri, quella sera, volevano smettere di lavorare senza aver finito d’estrarre le tante casse di zolfo che
bisognavano il giorno appresso a caricar la calcara. Cacciagallina, il soprastante, s’affierò contr’essi, con la rivoltella in pugno, davanti la buca della Cace, per impedire che ne uscissero.
«Corpo di… sangue di… indietro tutti, giú tutti di nuovo alle cave, a buttar sangue fi no all’alba, o faccio fuoco!»
«Bum!» fece uno dal fondo della buca. «Bum!» echeggiarono parecchi altri; e con risa e bestemmie e urli di scherno fecero impeto, e chi dando una gomitata, chi una spallata, passarono tutti, meno uno. Chi? Zi’ Scarda, si sa, quel povero cieco d’un occhio, sul quale Cacciagallina poteva far bene il gradasso. Gesú,
che spavento! Gli si scagliò addosso, che neanche un leone; lo agguantò per il petto e, quasi avesse in pugno anche gli altri, gli urlò in faccia, scrollandolo furiosamente:
«Indietro tutti, vi dico, canaglia! Giú tutti alle cave, o faccio un macello!»
Zi’ Scarda si lasciò scrollare pacifi camente.
Doveva pur prendersi uno sfogo, quel povero galantuomo, ed era naturale se lo prendesse su lui che, vecchio com’era, poteva offrirglielo senza ribellarsi. Del resto, aveva anche lui, a sua volta, sotto di sé
qualcuno più debole, sul quale rifarsi piú tardi: Ciàula, il suo caruso.
Quegli altri… eccoli là, s’allontanavano giú per la stradetta che conduceva a Comitini; ridevano e gridavano:
«Ecco, sí! tienti forte codesto, cacciagallí! Te lo riempirà lui il calcherone per domani!»
«Gioventú!» sospirò con uno squallido sorriso d’indulgenza zi’ Scarda a Cacciagallina.
E, ancora agguantato per il petto, piegò la testa da un lato, stiracchiò del pianto, zi’ Scarda, quando, quattr’anni addietro gli era morto l’unico fi gliuolo, per lo scoppio d’una mina, lasciandogli sette orfanelli e la nuora da mantenere. Tuttora gliene veniva giú qualcuna più salata delle altre; ed egli la riconosceva subito: scoteva il capo, allora, e mormorava un nome:
«Calicchio…»
In considerazione di Calicchio morto, e anche dell’occhio perduto per lo scoppio della stessa mina lo tenevano ancora lí a lavorare. Lavorava piú e meglio di un giovane; ma ogni sabato sera, la paga gli era data, e per dir la verità lui stesso se la prendeva, come una carità che gli facessero: tanto che, intascandola, diceva
sottovoce, quasi con vergogna:
«Dio gliene renda merito.»
Perché, di regola, doveva presumersi che uno della sua età non poteva più lavorar bene.
Quando Cacciagallina alla fi ne lo lasciò per correre dietro agli altri e indurre con le buone maniere qualcuno a far nottata, zi’ Scarda lo pregò di mandare almeno a casa uno di quelli che ritornavano al paese, ad avvertire che egli rimaneva alla zolfara e che perciò non lo aspettassero e non stessero in pensiero per lui; poi
si volse attorno a chiamare il suo caruso, che aveva piú di trent’anni (e poteva averne anche sette o settanta, scemo com’era); e lo chiamò col verso con cui si chiamano le cornacchie ammaestrate:
«Te’, pa’! te’, pa’!»
Ciàula stava a rivestirsi per ritornare al paese. Rivestirsi per Ciàula significava togliersi prima di tutto la camicia, o quella che un tempo era stata forse una camicia: l’unico indumento che, per modo di dire, lo coprisse durante il lavoro. Toltasi la camicia, indossava sul torace nudo, in cui si potevano contare a una a una tutte le costole, un panciotto bello largo e lungo, avuto in elemosina, che doveva essere stato un tempo elegantissimo e sopraffi no (ora il luridume vi aveva fatto una tal roccia, che a posarlo per terra stava
ritto). Con somma cura Ciàula ne affibbiava i sei bottoni, tre dei quali ciondolavano, e poi se lo mirava
addosso, passandoci sopra le mani, perché veramente ancora lo stimava superiore a’ suoi meriti: una galanteria. Le gambe nude, misere e sbilenche, durante quell’ammirazione, gli si accapponavano,
illividite dal freddo. Se qualcuno dei compagni gli dava uno spintone e gli allungava un calcio, gridandogli: «Quanto sei bello!» egli apriva fino alle orecchie ad ansa la bocca sdentata a un riso di soddisfazione, poi infi lava i calzoni, che avevano più d’una finestra aperta sulle natiche e sui ginocchi; s’avvolgeva in un cappottello d’albagio tutto rappezzato, e, scalzo, imitando meravigliosamente a ogni passo il verso della cornacchia
– cràh! cràh!– (per cui lo avevano soprannominato Ciàula), s’avviava al paese.
«Cràh! Cràh», rispose anche quella sera al richiamo del suo padrone; e gli si presentò tutto nudo, con la sola galanteria di quel panciotto debitamente abbottonato.
«Va’, va’ a rispogliarti,» gli disse zi’ Scarda.
«Rimettiti il sacco e la camicia. Oggi per noi il Signore non fa notte.»
Ciàula non fi atò; restò un pezzo a guardarlo a bocca aperta, con occhi da ebete; poi si poggiò le mani su le reni e, raggrinzando in su il naso, per lo spasimo, si stirò e disse:
«Gna bonu!» (Va bene). E andò a levarsi il panciotto.
Se non fosse stato per la stanchezza e per il bisogno del sonno, lavorare anche di notte non sarebbe stato niente, perché, laggiú, tanto, era sempre notte lo stesso. Ma questo per zi’ Scarda. i carusi si infi lavano sulla
testa per appoggiarvi sopra il loro carico di zolfo.
Per Ciàula, no. Ciàula, con la lumierina a olio nella rimboccatura del sacco su la fronte, e schiacciata la nuca sotto il carico, andava su e giú per la lubrica scala sotterranea, erta, a scalini rotti, e su, su, affi evolendo a mano a mano, col fiato mòzzo, quel suo crocchiare a ogni scalino, quasi in un gemito di strozzato, rivedeva a ogni salita la luce del sole. Dapprima ne rimaneva abbagliato; poi col respiro che traeva nel liberarsi dal carico, gli aspetti noti delle cose circostanti gli balzavano davanti; restava, ancora ansimante, a guardarli un poco e, senza che n’avesse chiara coscienza, se ne sentiva confortare.
Cosa strana; della tenebra fangosa delle profonde caverne, ove dietro ogni svolto stava in agguato la morte, Ciàula non aveva paura; né paura delle ombre mostruose, che qualche lanterna suscitava a sbalzi lungo le gallerie, né del subito guizzare di qualche riflesso rossastro qua e là in una pozza, in uno stagno d’acqua
sulfurea: sapeva sempre dov’era; toccava con la mano in cerca di sostegno le viscere della montagna: e ci stava cieco e sicuro come dentro il suo alvo materno.
Aveva paura, invece, del buio vano della notte. Conosceva quello del giorno, laggiú, intramezzato da sospiri di luce, di là dall’imbuto della scala, per cui saliva tante volte al giorno, con quel suo specioso arrangolío di cornacchia strozzata. Ma il buio della notte non lo conosceva.
Ogni sera, terminato il lavoro, ritornava al paese con zi’ Scarda; e là, appena fi nito d’ingozzare i resti della minestra, si buttava a dormire sul saccone di paglia per terra, come un cane; e invano i ragazzi, quei sette nipoti orfani del suo padrone, lo pestavano per tenerlo desto e ridere della sua sciocchezza; cadeva subito in un sonno di piombo, dal quale, ogni mattina, alla punta dell’alba, soleva riscuoterlo un noto piede.
La paura che egli aveva del buio della notte gli proveniva da quella volta che il figlio di zi’ Scarda, già suo padrone, aveva avuto il ventre e il petto squarciati dallo scoppio della mina, e zi’ Scarda stesso era stato preso in un occhio.
Giú, nei varii posti a zolfo, si stava per levar mano, essendo già sera, quando s’era sentito il rimbombo tremendo di quella mina scoppiata. Tutti i picconieri e i carusi erano accorsi sul luogo dello scoppio; egli solo, Ciàula, atterrito, era scappato a ripararsi in un antro noto soltanto a lui.
Nella furia di cacciarsi là, gli s’era infranta contro la roccia la lumierina di terracotta, e quando alla fi ne, dopo un tempo che non aveva potuto calcolare, era uscito dall’antro nel silenzio delle caverne tenebrose e deserte, aveva stentato a trovare a tentoni la galleria che lo conducesse alla scala; ma pure non aveva avuto paura. La paura lo aveva assalito, invece, nell’uscir dalla buca nella notte nera, vana.
S’era messo a tremare, sperduto, con un brivido per ogni vago alito indistinto nel silenzio arcano che riempiva la sterminata vacuità, ove un brulichío infinito di stelle fitte, piccolissime, non riusciva a diffondere alcuna luce.
Il bujo, ove doveva esser lume, la solitudine delle cose che restavan lí con un loro aspetto cangiato e quasi
irriconoscibile, quando piú nessuno le vedeva, gli avevano messo in tale subbuglio l’anima smarrita, che Ciàula s’era all’improvviso lanciato in una corsa pazza, come se qualcuno lo avesse inseguito.
Ora, ritornato giú nella buca con zi’ Scarda, mentre stava ad aspettare che il carico fosse pronto, egli sentiva a mano a mano crescersi lo sgomento per quel bujo che avrebbe trovato, sbucando dalla zolfara.
E piú per quello, che per questo delle gallerie e della scala, rigovernava attentamente la lumierina di terracotta.
Giungevano da lontano gli stridori e i tonfi cadenzati della pompa, che non posava mai, né giorno né notte. E nella cadenza di quegli stridori e di quei tonfi s’intercalava il ruglio sordo di zi’ Scarda, come se il vecchio si facesse ajutare a muovere le braccia dalla forza della macchina lontana.
Alla fine il carico fu pronto, e zi’ Scarda ajutò Ciàula a disporlo e rammontarlo sul sacco attorto dietro la nuca. A mano a mano che zi’ Scarda caricava, Ciàula sentiva piegarsi, sotto, le gambe. Una, a un certo punto, prese a tremargli convulsamente cosí forte che, temendo di non piú reggere al peso, con quel tremitío,
Ciàula gridò:
«Basta! Basta!»
«Che basta, carogna!» gli rispose zi’ Scarda.
E seguitò a caricare.
Per un momento la paura del bujo della notte fu vinta dalla costernazione che, cosí caricato, e con la stanchezza che si sentiva addosso, forse non avrebbe potuto arrampicarsi fin lassú.
Aveva lavorato senza pietà per tutto il giorno. Non aveva mai pensato Ciàula che si potesse aver pietà del suo corpo, e non ci pensava neppur ora; ma sentiva che, proprio, non ne poteva piú.
Si mosse sotto il carico enorme, che richiedeva anche uno sforzo d’equilibrio. Sí, ecco, sí, poteva muoversi, almeno finché andava in piano. Ma come sollevar quel peso, quando sarebbe cominciata la salita? Per fortuna, quando la salita cominciò, Ciàula fu ripreso dalla paura del bujo della notte, a cui tra poco si sarebbe affacciato.
Attraversando le gallerie, quella sera, non gli era venuto il solito verso della cornacchia, ma un gemito raschiato, protratto. Ora, su per la scala, anche questo gemito gli venne meno, arrestato dallo sgomento
del silenzio nero che avrebbe trovato nella impalpabile vacuità di fuori.
La scala era cosí erta, che Ciàula, con la testa protesa e schiacciata sotto il carico, pervenuto all’ultima svoltata, per quanto spingesse gli occhi a guardare in su, non poteva veder la buca che vaneggiava in
alto.
Curvo, quasi toccando con la fronte lo scalino che gli stava sopra, e su la cui lubricità la lumierina vacillante rifletteva appena un fioco lume sanguigno, egli veniva su, su, su, dal ventre della montagna, senza piacere, anzi pauroso della prossima liberazione. E non vedeva ancora la buca, che lassú lassú si apriva come un
occhio chiaro, d’una deliziosa chiarità d’argento.
Se ne accorse solo quando fu agli ultimi scalini. Dapprima, quantunque gli paresse strano, pensò che fossero gli estremi barlumi del giorno. Ma la chiaría cresceva, cresceva sempre piú, come se il sole, che egli aveva pur visto tramontare, fosse rispuntato.
Possibile?
Restò – appena sbucato all’aperto – sbalordito. Il carico gli cadde dalle spalle. Sollevò un poco le braccia; aprí le mani nere in quella chiarità d’argento.
Grande, placida, come in un fresco, luminoso oceano di silenzio, gli stava di faccia la Luna.
Sí, egli sapeva, sapeva che cos’era; ma come tante cose si sanno, a cui non si è data mai importanza. E che poteva importare a Ciàula, che in cielo ci fosse la Luna?
Ora, ora soltanto, così sbucato, di notte, dal ventre della terra, egli la scopriva.
Estatico, cadde a sedere sul suo carico, davanti alla buca. Eccola, eccola, eccola là, la Luna… C’era la Luna! La Luna!
E Ciàula si mise a piangere, senza saperlo, senza volerlo, dal gran conforto, dalla grande dolcezza che sentiva, nell’averla scoperta, là, mentr’ella saliva pel cielo, la Luna, col suo ampio velo di luce, ignara dei monti, dei piani, delle valli che rischiarava, ignara di lui, che pure per lei non aveva piú paura, né si sentiva piú
stanco, nella notte ora piena del suo stupore.
(da Novelle per un anno, vol. I, Mondadori, Milano 1956)
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