sabato 19 luglio 2014

alimentazione e noci

Gentilissimi,
anche i consigli delle nonne, spesso, anticipano gli studi scientifici. Eccone un esempio. Si tratta di un articolo tratto, e lievemente modificato, dalla newsletter Le Scienze.
Buona lettura e buon appetito. NR

alimentazione epidemiologia longevità
Noci e arachidi per una vita più lunga e più sana

© Beau Lark/Corbis
Un abbassamento del 20 per cento della mortalità da qualsiasi causa sembra correlato al consumo regolare di una modica quantità di noci, nocciole, mandorle e altra frutta oleosa: a sostenerlo è uno studio che, pur non potendo fornire una dimostrazione definitiva, porta molti dati a sostegno di questa ipotesi (red)
Una dieta che contempli l'assunzione regolare di una modesta quantità di noci, noccioline, mandorle e altra frutta oleosa sarebbe in grado di abbassare, fino al 20 per cento, i tassi di mortalità per qualsiasi causa. L'affermazione viene da un ampio studio di coorte, realizzato da ricercatori del Dana-Farber Cancer Institute, a Brigham, della Harvard School of Public Health, e pubblicato sul “New England Journal of Medicine”, che porta una notevole messe di dati a sostegno della sua verosimiglianza. Diversi studi precedenti avevano trovato un'associazione tra l'aumento del consumo di noci, arachidi, mandorle e simili e un minor rischio di malattie cardiache, diabete di tipo 2, cancro del colon, calcoli biliari e diverticolite. Questi effetti erano stati messi in relazione a una riduzione dei livelli di colesterolo, stress ossidativo, infiammazione, adiposità e sviluppo di insulino-resistenza.

© Joe Petersburger/National Geographic Society/Corbis
Alcuni studi avevano anche collegato l'aumentato del consumo di quegli alimenti a una mortalità totale più bassa in popolazioni specifiche, ma nessuno aveva esaminato, in dettaglio, la correlazione fra i vari livelli di consumo e gli effetti sulla mortalità totale in una popolazione di grandi dimensioni. La nuova ricerca ha invece sfruttato i dati raccolti in due tra i più ampi e importanti studi osservazionali di lungo periodo: il Nurses' Health Study (relativo a 76.464 donne, seguite tra il 1980 e il 2010) e lo Health Professionals' Follow-up Study (42.498 uomini, seguiti dal 1986 al 2010). Usando sofisticati metodi di analisi statistica, i ricercatori hanno sottratto dai risultati l'effetto di altri fattori, che potevano influire in modo positivo sulla mortalità, in modo da stimare il beneficio netto apportato dalla dieta a base di noci e simili. “Da tutte queste analisi risulta che quanto più i soggetti mangiavano noci, arachidi eccetera, tanto minore era la probabilità che morissero nel periodo di follow-up di 30 anni”, ha spiegato Ying Bao,, primo autore del rapporto. In particolare, assumendo come unità di misura la quantità di prodotto dei pacchetti di noccioline reperibili nei distributori automatici (circa 30 grammi), è risultato che chi ne aveva consumato regolarmente una dose una volta alla settimana aveva una riduzione della mortalità dell'11 per cento, che saliva al 13 per cento per un consumo da due a quattro volte la settimana, al 15 per cento per cinque o sei volte, fino al 20 per cento nel caso di un'assunzione quotidiana. Lo studio non ha individuato specifici effetti per specifici tipi di frutti: la riduzione della mortalità è apparsa simile per arachidi, noci, nocciole, mandorle, noci del Brasile, anacardi, noci macadamia, noci pecan, pistacchi e pinoli.

(21 novembre 2013)

lunedì 14 luglio 2014

cani scodinzolanti

Gentilissimi,
in vista delle vacanze, come spesso accade, si pone il problema degli animali domestici abbandonati. Molto è stato fatto, in proposito. Dalla pubblicità progresso, a testimonial, come Dylan Dog, del resto è questo il significato di "dog", a Rai 2.
Molto più semplicemente, Vi lascio un articolo dedicato ai cani. Modificato lievemente, è stato ripreso dalla newsletter Le Scienze.
Buona lettura! NR

animali comportamento neuroscienze
Il cane amichevole? Scodinzola verso destra

© Ocean/Corbis
Un cane interpreta le intenzioni di un altro cane osservando da che parte scodinzola: un movimento della coda verso sinistra denota aggressività, verso destra indica invece intenzioni amichevoli. L'ipotesi degli autori, un gruppo italiano guidato da Giorgio Vallortigara, è che non si tratti di messaggi intenzionali, ma di un effetto secondario dell'attivazione asimmetrica degli emisferi cerebrali (red)
Uno scodinzolio verso destra denota un atteggiamento positivo e amichevole, verso sinistra negativo e aggressivo: ecco il codice segreto che i cani sanno interpretare quando vedono un consimile, secondo una nuova ricerca, pubblicata sulla rivista “Current Biology”, dal gruppo guidato da Giorgio Vallortigara, del Centro Interdipartimentale Mente/Cervello, dell’Università di Trento. La preferenza per il lato destro o sinistro di alcuni movimenti, e dei comportamenti a essi collegati, è un fenomeno osservato in molte specie animali, e riflette l'asimmetria tra i due emisferi del cervello. Una ricerca recente dello stesso Vallortigara ha dimostrato, per esempio, che, nel caso del cane, uno scodinzolio verso destra tende a essere associato a situazioni che dovrebbero indurre un comportamento di approccio, per esempio la presenza del padrone, mentre lo scodinzolio verso sinistra è risultato associato a un comportamento di evitamento. Questo risultato è in accordo con l'ipotesi che il primo comportamento sia controllato dall'emisfero sinistro, lo stesso che controlla il movimento della coda verso destra, e il secondo dall'emisfero destro, che controlla il movimento della coda verso sinistra.

Scodinzolio di cani di razze diverse: per tutti, il lato verso cui si muove la coda ha lo stesso significato emotivo, dettato dalla lateralizzazione dell'attivazione cerebrale corrispondente (© Bloomimage/Corbis)
Per verificare se gli stessi cani siano in grado d'interpretare questa asimmetria nel movimento della coda dei propri consimili, in questo nuovo studio, Vallortigara e colleghi hanno analizzato il comportamento di 43 cani di razze diverse mentre guardavano immagini di altri cani, realistiche o raffiguranti figure stilizzate, mentre scodinzolavano verso destra, verso sinistra, oppure mentre non scodinzolavano. L'analisi delle reazioni degli animali ha dimostrato che, se avveniva prevalentemente verso sinistra, lo scodinzolio suscitava una reazione di ansia e di accelerazione del battito cardiaco; quando avveniva prevalentemente verso destra, il cane rimaneva rilassato. Nel terzo caso, infine, il cane si mostrava nervoso di fronte all'immobilità percepita nel cane raffigurato. Questa differenza indica che, attraverso lo scodinzolio, il cane è in grado d'interpretare l'atteggiamento di un altro cane che si trova di fronte, aggressiva nel primo caso e amichevole nel secondo. “L’asimmetria può avere una valenza comunicativa: a seconda che avvenga maggiormente verso destra o verso sinistra può rappresentare un’attitudine benevola o malevola di un cane verso un altro cane”, spiega Vallortigara. “Non che il cane stia intenzionalmente comunicando con un suo conspecifico tramite la coda: forse quel che accade è che i segnali di scodinzolio che compaiono nel campo visivo sinistro (elaborati dall’emisfero destro) sono notati maggiormente e fanno capire subito all’osservatore l’attitudine amichevole del conspecifico.”. In definitiva, lo scodinzolio su un lato invece che sull'altro sarebbe un effetto secondario della lateralizzazione delle risposte emotive del cervello dei cani. Lo studio del legame tra asimmetria del cervello e comportamento sociale potrebbe essere estremamente utile sia nella pratica veterinaria sia nell'addestramento degli animali.

(31 ottobre 2013)

sabato 12 luglio 2014

proteina A 3

Gentilissimi,
Vi propongo un ennesimo approfondimento sulla tematica HIV. Si tratta, come spesso in questo blog, di un articolo tratto dalla newsletter Le Scienze, lievemente modificato, senza alterarne il senso, ovviamente.
Buona lettura! NR


 immunologia medicina biologia
La proteina che aiuta a difendersi dall'HIV
Sono i livelli molto elevati della proteina A3, in specifiche cellule del sistema immunitario, a proteggere i cosiddetti controller, ovvero soggetti con HIV in cui però l'infezione non riesce a riprendere il suo corso quando viene interrotta una terapia antiretrovirale. La scoperta consente di ipotizzare un nuovo approccio terapeutico che prevede un trattamento precoce in grado, potenzialmente, di rendere controller ogni persona infettata dall'HIV, proteggendo le riserve di questa proteina immunitaria difensiva (red)
Medici e ricercatori che si occupano di HIV li chiamano élite controller, o "controllori di élite": sono i soggetti che, pur avendo contratto il virus, riescono a controllarlo a lungo termine, anche senza farmaci antivirali. Un gruppo di ricerca della Northwestern University, che firma un articolo su PLOS ONE, ha ora scoperto la seconda "linea di difesa” del sistema immunitario, che consente a questi soggetti di difendersi dopo che il virus HIV ha superato la prima, il sistema immunitario adattativo, che non riesce a riconoscerlo quando muta. Richard D'Aquila, direttore dell'HIV Translational Research Center, della Northwestern University, ha scoperto che i controller, che sono circa l'uno per cento del totale dei soggetti infettati dall'HIV, hanno un livello più elevato di una proteina, denominata APOBEC3G, o A3 per brevità, nelle cellule T CD4+ di memoria del sistema immunitario, molto tempo dopo che queste stesse cellule sono state infettate dal virus. Queste cellule sono specifiche per un dato antigene e possono attivare, in modo estremamente rapido e preciso, la risposta immunitaria quando l'antigene si ripresenta nell'organismo. 

Una rappresentazione al computer della proteina APOBEC3G (Wikimedia Commons)
La proteina A3 è nota per la sua capacità di inibire la replicazione di molti retrovirus, cioè dei virus che usano il processo di trascrittasi inversa, per cui dall'RNA si genera il DNA, e in particolare dell'HIV. Proprio a questo meccanismo replicativo si deve l'accumulo di piccoli “errori” che consentono all'HIV di cambiare leggermente le sue caratteristiche ed eludere parte delle difese immunitarie. L'HIV appartiene anche al sottogruppo dei lentivirus, cioè dei retrovirus a lenta incubazione, che hanno però sviluppato una proteina denominata fattore di infettività del virione (VIF), grazie a cui rendono inefficace l'azione dell'A3. Le cellule T di memoria hanno una vita media molto lunga e consentono all'HIV di “nascondersi” e rimanere in uno stato di quiescenza quando un soggetto è trattato con la terapia antiretrovirale. Quando la terapia è interrotta, il virus può tornare a propagarsi rapidamente, almeno nella maggior parte dei pazienti. Nei controller invece l'abbondanza di A3 fa sì che parte di queste proteine sfuggano all'inattivazione del fattore d'infettività virale, e il nuovo HIV che si genera da queste cellule non sia in grado d'infettare altre cellule. Il risultato apre la strada a nuovo approccio terapeutico, che prevede un trattamento precoce in grado, potenzialmente, di rendere controller ogni persona infettata dall'HIV, proteggendone le riserve di questa proteina immunitaria difensiva, con l'obiettivo finale di liberare i pazienti dai farmaci antiretrovirali. “Preservando, e anche incrementando, questa difesa nelle cellule si potrebbe prevenire la ripresa dell'infezione a livelli pericolosi quando s'interrompe la somministrazione di farmaci antiretrovirali”, spiega D'Aquila. “Preservando la proteina A3 si potrebbe minimizzare la diffusione dell'HIV, come sembra fare nell'organismo dei controller.”.

(17 ottobre 2013)