mercoledì 20 febbraio 2013

il gatto di Schrodinger

Gentilissimi, Vi rimando al link relativo al paradosso del gatto di Schrodinger:

il gatto per Wiki

Rileggete attentamente pure il paragrafo sul paradosso nella cultura popolare, troverete cenni e curiosità molto interessanti. E, poiché, sino all'osservazione, il gatto è sia vivo sia morto, si presenta il problema del gatto assassino, di cui Vi mostro l'immagine che circola in rete. La relativa taglia è di circa 1350 croccantini. NR, the bounty killer




studio onde-campi-forze-energia

Gentilissimi 3 A, ecco alcune pagine da studiare come introduzione all'astronomia:
vol A): pagg. 183 - 184 - 192 - 193 - 202 - 203 - 204 - 208 - 211(leggere) - 228 - 232 - 233 - 248 - 249 - 250 - 251 - 253 + appunti
vol. D): pagg. 108 - 109 - 181 + appunti

Se vi sono domande o richieste di chiarimento, inviate commenti sul blog. NR

martedì 19 febbraio 2013

ancora un approfondimento sul tatto

Gentilissimi, ecco, per Voi 3 A, un ulteriore approfondimento sul tatto. Come sempre il testo è stato parzialmente modificato e riveduto dalla newsletter Le Scienze.


fisiologia neuroscienze percezione
Dalla pelle al cervello, la finissima sensibilità del tatto
Grazie alla elevata sensibilità del tatto sappiamo subito se ciò che ci sfiora è una morbida mano, una ruvida stoffa o qualcosa di ancor più duro e rigido. Per la prima volta una ricerca è riuscita a definire l'organizzazione dei neuroni che innervano la pelle e che consente a questo senso di mostrare una finissima capacità discriminatoria. Alla base, il fatto che ogni tipo di follicolo pilifero funziona come un organo sensoriale distinto, sintonizzato per registrare differenti tipi di tocco. Lo studio, tuttavia, è stato effettuato sulla pelle dotata di peli dei topi, e non è ancora chiaro se il modello sia immediatamente applicabile agli esseri umani (red)
Rispetto ad altri sensi, gli scienziati non sanno molto sul modo in cui la nostra pelle è "cablata" dal sistema nervoso per consentirci la raffinata percezione tattile di cui godiamo. Ora, una ricerca, condotta presso la Johns Hopkins University School of Medicine, con la collaborazione dello Howard Hughes Medical Institute, e pubblicata sula rivista "Cell", fornisce un primo quadro del modo in cui sono organizzati i neuroni specializzati nella percezione di un tocco leggero, quale quello prodotto da un movimento delicato o da una vibrazione. Come sono organizzati, cioè, almeno in una pelle dotata di peli. I ricercatori hanno studiato infatti la sensibilità al tocco della pelle pelosa dei topi, osservando, nei neuroni che la innervano, schemi molto ordinati, che indicano che ogni tipo di follicolo pilifero funziona come un organo sensoriale distinto, ciascuno sintonizzato per la registrazione di differenti tipi di tocco. Ogni follicolo pilifero invia una proiezione che si unisce a quelle degli altri follicoli per raggiungere il midollo spinale, dove queste informazioni possono essere integrate per dar vita agli impulsi inviati al cervello. "Ora possiamo cominciare ad apprezzare come questi follicoli piliferi, e i neuroni a essi associati, sono organizzati uno rispetto all'altro. La conoscenza di questa organizzazione ci permette di riflettere sul modo in cui le informazioni meccano-sensoriali sono integrate ed elaborate per la percezione del tatto", osserva David Ginty, che ha diretto lo studio. E' questa rete di neuroni che ci permette di percepire differenze importanti nel nostro ambiente: una goccia di pioggia da una zanzara, un tocco morbido di un dito da quello rigido di una bacchetta. I topi possiedono diversi tipi di follicoli piliferi, tre dei quali, in particolare, sono caratteristici dei peli del mantello. Per arrivare a classificare le differenti popolazioni di strutture di percezione pilifera, i ricercatori hanno dovuto sviluppare particolari tecniche, che hanno portato a distinguerle sulla base dei cosiddetti meccano-recettori a bassa soglia (LTMRs), che, prima d'ora, non era mai stato possibile osservare allo stato naturale. Questi neuroni sono particolarmente difficili da studiare anche perché si estendono dal midollo spinale fino alla pelle: le sensazioni che percepiamo alla punta dei dita dei piedi dipendono da cellule nervose lunghe più di un metro. Le immagini hanno mostrano qualcosa di inaspettato: ogni tipo di follicolo pilifero comprende una differente combinazione di terminazioni meccano-sensoriali. Inoltre, nella pelle del topo, i follicoli sensoriali sono anche organizzati secondo un modello ripetitivo standard. Uno di questi tre tipi di LTMR, osserva Ginty, risulta essere strettamente in connessione con la stimolazione dei "circuiti della ricompensa", che fanno del tocco leggero, ossia delle carezze, un'esperienza gratificante.  I neuroni che si trovano in follicoli piliferi adiacenti si allungano fino alla parte del midollo spinale che riceve gli input sensoriali, formando strette colonne. Secondo i ricercatori, è verosimile che nel midollo spinale ci siano migliaia di simili colonne, che raccolgono gli input provenienti da ciascuna regione della pelle, suddivisa in raggruppamenti corrispondenti a un centinaio di peli. Naturalmente, osservano i ricercatori, per quanto ci riguarda, non abbiamo un mantello simile a quello dei topi e non è ancora chiaro se alcuni di questi neuroni meccano-sensoriali dipendano proprio e solo dai peli per ricevere le sensazioni. In tal caso la trasposizione dei risultati dal modello animale alla nostra specie non sarebbe banale.  Un altro aspetto che richiede ulteriori approfondimenti è l'eventuale esistenza di una rete di connessioni intermedie fra questi neuroni che ne moduli il contributo, in analogia a quanto fanno, nella retina, i circuiti intra-retinici che si interpongono fra fotorecettori e nervo ottico. Infine, ancora tutto da esplorare è anche il modo in cui vengono integrate queste informazioni a livello di midollo spinale e cerebrale per dare origine alle percezioni. Per chiarire questi punti i ricercatori intendono ora analizzare ciascun sottotipo di LTMR a livello genetico, attivandone, disattivandone o alterando i geni salienti, per osservare che cosa succeda a livello cerebrale e comportamentale. 
(22 dicembre 2011)

Nonna Rosa

lunedì 18 febbraio 2013

uno schema per relazioni relative ad esperimenti

Gentilissimi, dopo aver cercato di chiarire come si opera per svolgere una relazione scientifica compilativa con tema "sostanze stupefacenti", ecco un, a mio avviso, efficace schema per relazioni relative ad esperimenti:

AUTORE
ANNO
TITOLO
INTRODUZIONE
SUMMARY
MATERIALI
IMMAGINI O DISEGNO
DIDASCALIE
PROCEDIMENTO
OSSERVAZIONE/DESCRIZIONE
IPOTESI
TEORIA/LEGGE/MODELLO
DATI E/O GRAFICO
UNITA’ DI MISURA
ANALISI DATI
TERMINOLOGIA O GLOSSARIO
CONCLUSIONI
BIBLIOGRAFIA 

Per alcune di queste voci, fate riferimento a quanto detto in post precedenti. Potete, se pensate sia utile, inserire immagini e didascalie prima dei materiali usati per l'esperimento in questione. Per l'ipotesi, chiarite quale aspetto di una teoria o modello, quell'esperimento vuole dimostrare o confutare. Riassumete i punti essenziali di questa teoria. Rappresentate i dati trovati in tabella, grafico o schema. Inserite sempre le caratteristiche degli strumenti usati, mettete sempre le unità di misura. In base ai dati e alle osservazioni effettuate, analizzate la Vostra ipotesi. Spiegate, durante la relazione, i termini non di uso comune; potete pure scriverli come glossario, prima o dopo le conclusioni. Inserite la Bibliografia. NR

venerdì 15 febbraio 2013

mud cracks

Gentilissimi, scusate il ritardo. Finalmente, dopo alcuni giorni possiamo parlare della terza ipotesi sull'origine della vita. Indichiamo, semplificando, questa ipotesi come "ipotesi inorganica".
Partiamo dal luogo in cui, secondo alcuni scienziati, si sono potute verificare le condizioni per la formazione di cellule: si tratta di spiagge basse e fangose, come quelle di delta digitati, oppure di piane di marea. In bassa marea, tali spiagge si trasformano in strutture poligonali. Per ora eccoVi due immagini relativa alle crepe che si formano quando la spiaggia si secca:



Osservate attentamente la forma poligonale: sembrano strutture artificiali. Ma così non è! NR


giovedì 14 febbraio 2013

QI e sostanze stupefacenti

Gentilissimi, ecco, di nuovo, un approfondimento significativo relativo alle sostanze stupefacenti.
E' tratto dalla newsletter di Le Scienze, come sempre lievemente modificato per esigenze di semplicità e comprensione. Buona lettura!


dipendenze neuroscienze
Consumare cannabis fin da ragazzi fa diminuire il QI
Adolescenza e abuso di cannabis: gli autori dello studio auspicano una maggiore attenzione ai problemi connessi alle droghe 
Un nuovo studio ha misurato le prestazioni cognitive di un migliaio di persone, dai 13 ai 38 anni, valutando possibili correlazioni con l'abuso di sostanze: i dati dimostrano che i forti consumatori di cannabis fin dall'adolescenza hanno un calo del quoziente d'intelligenza di otto punti, e che l'interruzione dell'abuso non sembra determinare un pieno recupero delle funzioni neuropsicologiche. (red)
Otto punti in meno nel QI: è il calo delle prestazioni intellettive che può colpire chi consuma cannabis a lungo e fin dall'adolescenza, secondo un nuovo studio, pubblicato sulla rivista “Proceedings of the National Academy of Sciences”, a firma di Madeline Meier, della Duke University, di Durham, nel North Carolina, e colleghi. Varie ricerche hanno cercato di valutare la possibile correlazione tra il consumo a lungo termine di cannabis e l'insorgenza di problemi neuropsicologici. La maggior parte di esse ha confermato l'effetto negativo della sostanza, mentre non sono univoci i risultati sulla possibile persistenza dei danni dopo il periodo di intossicazione acuta. In quest'ultimo lavoro, gli autori hanno condotto un'analisi mirata dei dati, raccolti, in quasi 30 anni, dal Dunedin Longitudinal Study, che valuta periodicamente il quoziente di intelligenza e altri indici neuropsicologici di 1037 neozelandesi, nati negli anni 1972 e 1973, seguiti fino all'età di 38 anni. Per tutto il periodo dello studio, sono stati monitorati anche i comportamenti e le abitudini dei soggetti, tra cui appunto l'abuso di sostanze. La lunghezza dello studio ha consentito, quindi, di confrontare i parametri cognitivi nella prima adolescenza (la prima valutazione è stata effettuata a 13 anni) e nelle età successive, rilevando che il QI tende a diminuire, ma con notevoli differenze, correlate agli stili di vita. In chi non ha mai fatto uso di cannabis il calo è, in media, di un solo punto, ma arriva a circa otto punti nei più accaniti consumatori di cannabis che hanno iniziato a fumare in adolescenza.  La scoperta è ancora più significativa se si tiene conto che i ricercatori hanno controllato i fattori che avrebbero potuto confondere i dati, tra cui il livello di istruzione, l'abuso di altre sostanze, o l'insorgenza di patologie psichiatriche, come la schizofrenia. Inoltre, a carico dei soggetti con il maggior consumo di cannabis, i ricercatori riportano altri problemi cognitivi, come la difficoltà di concentrazione. Infine, l'interruzione dell'abuso non sembra portare a un pieno recupero delle funzioni neuropsicologiche. I risultati, concludono i ricercatori, dovrebbero indurre a una maggior attenzione ai problemi connessi al fumo di hashish e marijuana, soprattutto quando esso inizia nell'adolescenza, un periodo assai delicato per lo sviluppo neurofisiologico e, quindi, anche per le funzioni cognitive.
(04 settembre 2012)

Una nonna che, già, lo sapeva! NR

il cratere Bernini

Gentilissimi, in fine, e, speriamo, per ora, abbiamo raggiunto la fantastica quota di n° 2 followers. Per festeggiare il secondo "inseguitore", eccoVi un link scientifico ad hoc:

cratere Bernini

E grazie mille! NR